Cronache di una disavventura a-tecnologica

"Per l’identità dell’uomo postmoderno, frastagliata e cangiante per necessità, il telefono rappresenta un’àncora, qualcosa che ci dà una forma, consentendoci di espletare le nostre funzioni sociali."

Mi sveglio alle 10:15 stranamente riposato. Avrò saltato la sveglia, mi dico. Mi sporgo verso il telefono sul comodino. Niente: tutto nero, nonostante il cavo del caricabatterie sia infilato alla base.

Provo a smucinare un po’ il filo, lo spinotto, poi la presa… nessun segno di vita.

Panico.

Vivo da solo, a casa non ho la linea fissa (a che serve ancòra? Chi la ha più?), devo avvisare i miei genitori che non sarò reperibile per un po’. Scrivo su Instagram a mia madre; mio padre non ha i social, così gli invio una mail. Poi il passo successivo: trovare il modo di riavere un telefono funzionante nel minor tempo possibile.

Ma è sabato, siamo sotto Natale e il telefono mi serve subito e farlo riparare non è un’opzione.

Tanto avevo già deciso di cambiarlo: vada per il telefono nuovo. Cerco su Google i negozi di telefonia più vicini a me, mi segno i vari indirizzi su un pezzetto di carta ed esco – a piedi -, ché siamo sempre sotto Natale e i parcheggi scarseggiano.

Primo giro a vuoto, pure il secondo e va così anche il terzo. Torno a casa, riapro il computer e mi metto alla ricerca di altri negozi. Stavolta tocca prendere la macchina. Ma, se non hai il telefono con le mappe, puoi andare solo verso zone conosciute.

Trovo altri rivenditori nel mio vecchio quartiere, ripeto la pratica anacronistica di appuntarmi gli indirizzi su un pizzino e parto alla volta di nuovi negozi.

In fila, davanti a me, una coppia di visi conosciuti. Ci metto un po’ a focalizzarli: questi li avrò visti in TV; ma sì, sono una coppia di comici, forse sono passati da Zelig, credo abbiano fatto anche qualcosa a Sanremo con Carlo Conti.

Muovo meccanicamente la mano verso la tasca destra per estrarre il telefono, dimenticandomi per un attimo che sto girando con quella che è ormai solo la carcassa di uno smartphone.

Finalmente entro – centrato l’obiettivo: ho trovato il telefono che cercavo.

Vorrei pagarlo a rate”. Avviamo le pratiche, do le mie generalità. “Ora mi servirebbe l’IBAN – dice il negoziante – ce l’ha dietro?”. Certo, ce l’ho, sempre con me: sul mio telefono.

Pochi istanti di sconforto, poi il lampo di genio: sulla mail mi arriva la busta paga, e c’è l’IBAN. Chiedo al commesso se posso usare il suo computer; apro Gmail, inserisco l’indirizzo, completo con la password, premo invio e…

“Abbiamo inviato un SMS di conferma al numero + 39 3** ****071, clicca per accedere”.

Non ho potuto fare a meno di pensare al film “Perfetti sconosciuti”, riflettendo su quanto siamo legati ai nostri telefoni, a come questi contengano la nostra identità…non solo i nostri segreti, ma tutto quello che ci serve per essere persone funzionanti e funzionali nella vita reale.

Nel film, un gruppo di vecchi amici, messi davanti ai loro cellulari accesi e connessi, scopre di non conoscersi poi così bene. Di fronte al mio telefono inerme, poggiato sul ripiano nel negozio, il perfetto sconosciuto ero io, incapace persino di reclamare la mia identità di fronte alla mia stessa mail, impotente.

Quanto di noi mettiamo nel nostro telefono, neanche ce ne rendiamo conto. Il telefono è più di un confidente, più di un custode dei nostri segreti. Al telefono non affidiamo alcunché perché esso stesso è parte di noi, e i nostri segreti sono anche i suoi.

Il cellulare è così tanto una parte di noi che senza funzioniamo di meno: salta la sveglia, non sappiamo l’itinerario, manchiamo di associare volti a nomi, non abbiamo sottomano informazioni importanti, la mail non si apre.

Per l’identità dell’uomo postmoderno, frastagliata e cangiante per necessità, il telefono rappresenta un’àncora, qualcosa che ci dà una forma, consentendoci di espletare le nostre funzioni sociali.

Se l’identità è delocalizzata, il telefono ci consente di reclamarla in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento, rendendola così concreta. Se l’identità è liquida, il telefono – fungendo da contenitore – può strutturarla, modellarla affinché anche gli altri, osservandoci, possano comprenderla ed interpretarla.

È un rapporto complesso, quello che abbiamo con il nostro telefono…da un lato gli affidiamo i nostri appuntamenti e i nostri promemoria, dall’altro gli assegnamo il compito di consentirci di essere ciò che dobbiamo essere: membri funzionanti di una società che si muove ai ritmi dell’interconnessione costante, senza la quale finisci per essere lasciato indietro.

Non penso ci sia una morale da cercare. Di certo, io non l’ho trovata.

Solo un consiglio: di telefoni, sempre meglio averne 2.

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Nato a Cosenza nel 1994, vive a Roma dal 2012.
Medico e dottorando, si occupa di Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali.
Sul lavoro sogna una carriera che concili l'attività clinica con i pazienti e la ricerca.
Appassionato di libri (preferisce i saggi), musica (meglio se su vinile), serie TV (rigorosamente in streaming) e qualsiasi altra cosa gli passi per la testa!

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