"We are not animals, we are human beings": è questo il grido dei migranti di Lipa, esseri umani alla ricerca del riconoscimento di tale status quo."

L’11 luglio del 1995 assistevamo, in silenzio, al genocidio di Srebrenica: oltre ottomila musulmani bosniaci, per la maggioranza ragazzi e uomini, venivano uccisi dall’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina.           
Sono oggi trascorsi 25 anni da quel massacro, ma a quei morti, ancora oggi, non è stato dato pieno riconoscimento.          
Ci sono territori in Europa in cui si tace, in cui lo scempio che l’uomo – consapevolmente – compie, rimane impunito.         


Siamo a Lipa, è il 23 dicembre 2020, pochi giorni prima della nascita del Signore.  
Siamo a Lipa, un luogo freddo dove, nonostante l’arrivo del Bambino Gesù, non c’è alcuna misericordia. 
Venticinque anni dopo uno dei momenti più tragici della recente storia europea, torniamo a vedere la concretizzazione dell’orrore delle barbarie umane.         
A Lipa vi è il più grande campo profughi d’Europa, unico riparo per tutti i migranti dell’Est (la maggior parte Pakistani o Afghani) respinti dalla Croazia, dalla Slovenia e dall’Italia stessa, andato distrutto proprio qualche settimana fa a causa di un forte incendio le cui cause risultano ancora oggi sconosciute.           
Infatti, l’incendio è divampato nello stesso giorno in cui era stata prevista la chiusura, preannunciata dall’OIM – Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, in quanto ritenuto inadeguato a ospitare delle persone per l’assenza di acqua, fognatura e di elettricità.


I profughi rimasti ancora lì riescono a mantenersi vivi – non si sa come –  forse grazie al pasto caldo distribuito dalla Croce Rossa locale o dal supporto reso da alcuni volontari turchi. 
L’inverno ha ormai spalancato le porte: il gelo è il vero nemico di questi uomini, che si riparano con quei pochi capi caldi che gli rimangono per combattere il freddo, la fame, la notte e la paura.     
Eh si, la notte è il nemico numero uno a Lipa: le temperature scendono anche sotto i meno venti gradi al buio e la neve non li abbandona quasi mai.     
Dopo l’incendio, costoro avrebbero dovuto essere trasferiti nei campi limitrofi della Bosnia, ma sono ancora lì ove è stato allestito un campo con tende monitorato continuamente dalle forze di polizia. 
C’era chi, tuttavia, ha tentato di fuggire – di spostarsi, diciamo – alla ricerca di una sistemazione migliore, più accogliente, più confortevole: questi sono stati però fermati dalla polizia e rimandati indietro, perché le autorità locali hanno deciso che i profughi devono rimanere fuori dalla città di Bihać.

        
Nel 2020 in Bosnia-Erzegovina sono transitate circa sedicimila persone: più di diecimila sono rimaste bloccate nel paese sia per l’ulteriore chiusura delle frontiere dovuta alla crisi sanitaria sia per i respingimenti operati dai paesi confinanti, di queste solo 6.300 sono registrate nei campi ufficiali.          
“Non siamo terroristi, non siamo animali, eppure siamo trattati come se lo fossimo. Senza acqua, senza elettricità, senza riscaldamento, senza poterci muovere se non a piedi”: queste sono le parole di Mohammed Yasser, intervistato dai giornalisti dell’Internazionale pochi giorni fa. 
Pare che in Bosnia manchi la capacità di accoglienza: queste le dichiarazioni di Nicola Bay, presidente del Danish refugee council (Drc). In effetti, negli ultimi mesi nelle stanze della politica internazionale sono stati discussi diversi negoziati volti alla costituzione di nuovi centri di accoglienza, ma nulla è cambiato.        
A 20 km da Lipa sorge il campo di Bira che ben potrebbe essere reputato idoneo ad accogliere più di mille migranti, ma il comune titolare non vuole la presenza dei profughi nel centro città; un altro campo potrebbe essere quello di Tuzla, ma lo stesso è bloccato dalle autorità bosniache.    
Ecco un altro mostruoso esempio di disumanità da parte della Bosnia Ezegovina, venticinque anni dopo il genocidio.           
Il paese è un fondamentale snodo lungo la rotta balcanica per tutti quelli che vogliono scappare dalla loro casa per cercare rifugio nel sogno europeo, ma trovano un ostacolo e rischiano la vita più di come la rischierebbero restando a casa loro. 

Ancora una volta l’Europa e le autorità locali si rimpallano le responsabilità” ha detto Josep Borrell, portavoce dell’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Peter Stano, diplomatico slovcco, ha sottolineato che “negli ultimi due anni abbiamo fornito oltre 90 milioni di euro per centri, attrezzature, assistenza medica e sociale;  ora abbiamo bisogno che si muovano, non che giochino con la vita delle persone”.

Risulta, infatti, che dal 2018 l’Unione Europea abbia speso circa 89 milioni di euro per sostenere la Bosnia-Erzegovina nella gestione del flusso di migranti e qualche giorno fa la Commissione europea ha sbloccato altri 3,5 milioni di euro in aiuti umanitari.
Tuttavia, la politica di respingimento promossa dai paesi dell’Unione europea – non solo dalla Croazia – lungo la rotta balcanica ha delle conseguenze importanti sulla gestione della frontiera di paesi extraeuropei come la stessa Bosnia: in tutta Europa si tratta di una prassi consolidata in spregio alle leggi internazionali e ai diritti delle persone.
Proprio per questo, il mese scorso, a seguito di un rapporto di denuncia rilasciato da diverse organizzazioni internazionali, capeggiate da Amensty International, è stata aperta una inchiesta sulle possibili responsabilità della Commissione europea nel mancato rispetto dei diritti dei migranti e dei rifugiati in Croazia: il difensore civico europeo pretende spiegazioni su dove siano finiti i fondi versati da Bruxelles a Zagabria per la gestione dei flussi migratori e se siano stati monitorati gli abusi e le violazioni dei diritti umani da parte dei croati. 
Entro il 31 gennaio dovrebbe arrivare la risposta di Bruxelles, mentre Zagabria ha sempre negato ogni responsabilità.     

Potrebbe non essere colpa della Croazia, ma colpa di tutti i paesi dell’UE che non coltivano il sentimento dell’accoglienza ma professano la stessa fede: i respingimenti a catena e l’addossamento di colpe l’uno sull’altro.           
Non è affar mio! – potrebbe dire chiunque.                     
Non è affar mio se la vita di centinaia di migranti viene messa a repentaglio e i diritti fondamentali dell’uomo vengono ignorati.        
Nel frattempo, l’UE ha chiesto alla Bosnia-Erzegovina di assumersi le proprie responsabilità, poiché in qualità di aspirante membro dell’UE, è suo compito preoccuparsi di applicare i principi minimi del trattamento dignitoso delle persone migranti.

Verrebbe istintivo chiedere ai profughi che si affacciano speranzosi all’Europa: perché volete correre nell’Unione Europea, convinti di trovare riparo, convinti di trovare protezione, quando in verità qui siete meno uomini di quanto lo siate a casa vostra? Quanto buio c’è lì, nel posto da cui scappate?  

Ma, soprattuto, verrebbe istintivo chiedersi: perché nessuno fa nulla? Perchè nessuno parla dei profughi dimenticati in Bosnia? Boh, forse non è affar mio.      

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Classe 1994, nasce e cresce a Cosenza, ma casa sua è il mondo intero.
Donna in carriera e aspirante madre di famiglia, è laureata in Giurisprudenza alla LUISS Guido Carli e specializzata in Diritto di Famiglia e Minorile, con esperienze di studio presso la Stockholm University in Svezia e la Universidade da Coruna in Spagna.
Ha viaggiato in numerosi angoli della Terra con lo zaino in spalla e la voglia di raccontarli.
Appassionata di letteratura, cucina, esplorazioni e ambiente!

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