Controumano: lettera al presidente Spirlì

"È la nostra cultura che ci definisce come esseri umani, non la natura. Ed è proprio in nome di quella cultura che oggi, leggendo il suo intervento, mi sono indignata."

Caro presidente Spirlì,

Ho avuto, questo pomeriggio, la (s)fortuna di imbattermi nel suo ragionamento in merito alle legge Zan pubblicato su Facebook.

Le mani hanno iniziato a prudermi e la testa ha cominciato a formulare una serie di pensieri dietro l’altro. Mi succede sempre quando c’è qualcosa che proprio non va, che mi arreca fastidio.

Perché il suo post, lo devo proprio ammettere, mi ha infastidito come una zanzara che non lascia dormire alle tre di notte.

Mi ha disturbato perché questo ennesimo tuffo nel Medioevo proprio non ce lo meritavamo: lo scrivo da cittadina calabrese, in primis, e poi – ovviamente- italiana.

Si immagini la Nazionale Italiana di calcio che perde rovinosamente la prima partita degli Europei, punteggio finale 4-0, tutti autogol. Forse un po’ si vergognerebbe.

Ecco, non è bello sentirsi rappresentati da persone come lei, presidente. Non è bello sentirsi rappresentati, in Parlamento, dalla Lega di Salvini, da Fratelli D’Italia di Giorgia Meloni… È demoralizzante, e ti fa provare un profondo senso di vergogna, soprattutto.

Vede, presidente, io non la conosco e lei non conosce me.  Non ho perciò nessun diritto di giudicare la sua persona e lungi da me volerlo fare. Ma posso mettere in discussione le sue idee.

Lei scrive:

“La Natura non ha previsto interpretazioni sul genere. In Natura, tutto ha “un Padre e una Madre”. Tutto. Fossero anche sbagliati, ma quelli sono. E non può essere una legge a smentire l’ordine. Poi, che ogni creatura possa (e debba) vivere la propria Vita secondo la personale indole, non sarà nessun altro vivente a poterlo (o doverlo) impedire. Fermo restando che nessuno possa imporre a nessuno (men che meno con legge dello Stato) il sovvertimento delle regole”.

Di quale natura parla signor presidente? Di quale ordine, di quali leggi, di quale regole parla?

Forse di quelle che noi uomini abbiamo contribuito a creare e plasmare in secoli di storia? Gli stessi secoli di storia che il suo ragionamento sembra voler annullare, fingendo che alcune rivoluzioni non abbiano mai visto la luce: la secolarizzazione della morale (e dello stato), l’umanesimo, l’illuminismo… A nulla sono valsi se ancora oggi parliamo di una Dea natura e di un uomo ai margini di questa stessa.

Quando ci riempiamo la bocca – letteralmente–  di frasi del tipo “l’omosessualità è contro natura”,  “la famiglia senza un padre e una madre è contro natura”, dovremmo contare fino a dieci perché in realtà l’unica cosa innaturale è pensare che possa esistere un fondo di verità in queste affermazioni.

Non c’è pensiero laico e scientifico che possa confermare un’analisi del genere.  Non c’è libro di storia, antropologia e se vogliamo anche di mitologia greca (l’unione omosessuale era considerata addirittura una forma di amore superiore!) che possa confermare questa versione delle cose.

Non c’è libro che però possa insegnare questo ed altro, se non lo si apre.

Non sarà allora il caso di iniziare a studiare seriamente e di chiedersi se quel “contro natura” non sia semplicemente l’esito della pericolosa tendenza di proiettare sulla natura, per l’appunto, meccanismi e processi tipicamente umani?

È un errore piuttosto comune, presidente, quello di cadere nella fallacia naturalistica, ovvero la pretesa di derivare prescrizioni morali da semplici descrizioni. Lo confermava già George Moore, quando nel suo Principia Ethica, invitava a non identificare il concetto di “buono” con una qualche proprietà naturale, come ad esempio l’utile o il piacevole.

L’essere non equivale ad dover essere: sono due piani separati e che, come tali, debbono essere distinti.

Nei processi in atto non c’è nulla di naturale né tantomeno di necessario: sono lo specchio dell’uomo e del momento storico, politico, socio-culturale in cui è immerso.

Fino al 1968 (l’altro ieri, per intenderci) l’adulterio femminile, a differenza di quello maschile, era considerato reato, penalmente perseguibile. Quella legge era considerata naturale… Sfido chiunque a considerarla tale ancora oggi. Eppure sono passati solo 53 anni.

Questa è la prova che le leggi, l’ordine, le regole non sono altro che il prodotto diretto della coscienza sociale dell’uomo e del preciso momento storico in cui quell’uomo vive.

Ogni individuo, a sua volta, come mi hanno insegnato i libri di antropologia, è il prodotto dell’antropopoiesi, ovvero un costante processo di costruzione e definizione dell’identità umana sulla base di pratiche sociali e culturali.

È la nostra cultura che ci definisce come esseri umani, non la natura. Ed è proprio in nome di quella cultura che oggi, leggendo il suo intervento, mi sono indignata.

Non considero affatto uno spreco di energie discutere in parlamento una legge che dovrebbe garantire la tutela di determinati diritti, anche se quei diritti non ci riguardano. Non ci sono diritti di serie A e diritti di serie B, presidente. Non ci sono neppure famiglie di serie A e famiglie di serie B, per quanto mi riguarda.

E no, non si tratta di un privilegio, si tratta di un dovere morale.  

Io non ho paura di essere contro natura, presidente.

Io ho paura di restare umana in un mondo di contro umani.

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Scorpione nell’anima, classe 1996, nasce a Cosenza e atterra a Torino.
Specializzata in Scienze del Governo, curiosa del genere umano e di tutto ciò che è cultura, studiosa dei fenomeni di mutamento politico ed economico-sociale in una prospettiva multidisciplinare, aborra l’autoreferenzialità del sapere, il qualunquismo, e le questioni che non vengono analizzate a dovere.
Pallavolista a livello agonistico, aspira a diventare docente universitaria e giornalista.
Appassionata di filosofia politica, dibattito, sport, viaggi e mondo viticolo… per diventare presto sommelier!

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