"Non è un problema confessare di sentire la mancanza di qualcuno, ammettere di essere stanchi, sottolineare la propria insoddisfazione: si tratta, bensì, di uno slancio per cambiare tutto ciò che non va".

Il termine fragile deriva dal latino frangere che significa spezzare, rompere.

Così come gli oggetti si rompono, gli umani soffrono e cedono alle tentazioni.

Mi piace pensare alla vita come a un insieme di frammenti di cristallo, coinvolti in un delicato gioco di equilibri: ogni frammento sa bene che, prima o poi, dovrà rompersi, con la possibilità o meno di ricomporsi.

Nel momento in cui i concetti di cristallo e fragilità si fondono nella mia mente, non posso non pensare a una splendida battuta tratta dal film Into the wild: “la fragilità del cristallo non è una debolezza, ma una raffinatezza”.

Forse è proprio così: la fragilità è l’anticamera della forza, poiché risulta incredibilmente complesso prendere atto delle proprie debolezze e confrontarsi con i propri limiti. Ammettere di essere fragili è un atto di coraggio, a tratti un dono, una raffinatezza per l’appunto.

Se fosse possibile esternare le proprie debolezze senza rischi, il mondo sarebbe di certo un posto migliore. Sfortunatamente non è così e, chi riesce coraggiosamente a esporsi, non fa che porre l’accento sull’incapacità collettiva di essere vulnerabile.

Siamo spinti sin da piccoli a non mostrare le nostre debolezze, un po’ come quando ci viene intimato di non piangere dopo una caduta: qualcuno bacia la nostra “bua” e bisogna scattare in piedi, senza fare storie.

Siamo stati educati alla potenza senza capire l’importanza delle lacrime, del dolore e delle ferite.

Quante volte abbiamo risposto “bene” alla domanda “come stai?”. Troppe.

Di “sto male” non è mai morto nessuno, bisognerebbe dirlo un po’ più spesso.

Non è un problema confessare di sentire la mancanza di qualcuno, ammettere di essere stanchi, sottolineare la propria insoddisfazione: si tratta, bensì, di uno slancio per cambiare tutto ciò che non va. Non è un dramma volersi prendere una pausa, delegare, intraprendere un nuovo percorso di studi, professionale, di vita.

In questo senso la fragilità è sinonimo di evoluzione, una vera e propria opportunità.

Pensiamo alle grandi guerre o alle grandi rivoluzioni: sono o non sono scaturite dalla fragilità di determinati sistemi, generando cambiamenti di importanza stratosferica?

Per quanto le mie parole possano sembrare un inno alla fragilità, esse rappresentano, in realtà, una semplice presa di coscienza: la fragilità è parte della vita di ogni essere umano, con i dovuti pro e contro.

Con la speranza che possa esservi d’ispirazione, voglio condividere con voi un consiglio datomi recentemente da una persona molto saggia: “la fragilità è una spada: rende soli, ma unici. Spetta al singolo impugnarla dal manico o dalla lama”.

Autore

  • Annanerea Vivacqua

    Cosentina, classe 1991, laureata in Lettere e Beni Culturali, con Magistrale in Storia dell’Arte presso l’Università della Calabria e fluente in Inglese e Francese. Oltre ad un periodo di studi a Vizille in Francia e una formazione con Eugenio Santoro dedicata ai curatori di mostre d’arte, vanta un amore per i pittori fiamminghi e il periodo Barocco e coltiva il sogno di imparare (almeno) dieci lingue. Appassionata di culture mediorientali, cosmesi bio, viaggi, lettura, dolci e mare!

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