C’era una volta un mostro e io ero la sua casa

"Mi diedi dell’imbecille. Avevo pensato solo ad andare di fretta, a pianificare milioni di cose, a non perdere tempo e adesso la vita mi obbligava a tirare il freno a mano senza se e senza ma. Rischiavo di morire e quindi di fermarmi per sempre."

Caro tu che credi di essere perfetto e che certe cose capitino solo agli altri,

Sono qui per dirti che non sei invulnerabile e voglio dimostrartelo: questa è la mia storia.

Era il 2012. Lavoravo e studiavo per pesare il meno possibile sulle spalle dei miei genitori. Tra i miei sogni, dopo due viaggi negli States, spiccava quello di andare a vivere lì subito dopo la laurea.

Durante il cenone di Capodanno mia madre mi osservò il collo e mi disse che sarebbe stato il caso di fare un’ecografia: era troppo gonfio, mi disse subito che credeva soffrissi di tiroide. La mia risposta fu acida e secca: “Devo studiare e lavorare! Credi io abbia tempo per queste stronzate?!”. Lei abbassò gli occhi, abituata da anni alla mia irascibilità.
Non disse nulla, ma in cuor suo sapeva che c’era qualcosa che non andava.

Pochi giorni dopo, rischiai di soffocare mentre mangiavo un piatto di linguine. Mi accorsi che ingoiavo male, che il cibo tendeva a restarmi intrappolato in gola. Pensai che mi stavo lasciando suggestionare dalle parole di mia madre. Smisi di pensarci.

La solita influenza di febbraio non mi risparmiò. C’era solo un problema: non passava mai.

Pensai si trattasse di una tracheite o di una laringite, al massimo di una faringite. Mi fecero notare che non aveva senso che mi lamentassi se andavo in giro con una canottierina e una camicia larga mentre fuori nevicava. Era febbraio, ma io avevo caldo e non mi sono mai chiesta il perché. Dopo poco tempo, involontariamente, arrivò la risposta.

Quando decisi di fare la famosa ecografia, scoprii che ero malata di cancro. Avevo pensato di essere invincibile e perfetta, mentre in realtà ero solo un fagotto di carne di una fragilità assoluta.

Non scorderò mai la faccia di mia madre e della dottoressa quando videro sullo schermo dell’ecografo quella schifezza che avevo nel collo: quasi cinque centimetri di lunghezza, grande come una polpetta di melanzane; di quelle che impasta e frigge mia nonna la domenica, per intenderci.

C’era una volta un mostro e io ero la sua casa. Io e soltanto io lo avevo nutrito, io gli avevo dato la vita e lui me la stava togliendo senza pietà. Uccidere era nella sua natura: vagava nel mondo per questo.

La sera stessa partirono decine di telefonate da casa mia e altrettante ne arrivarono, ricevetti un sacco di messaggi, tutti volevano sapere. Rifiutai ogni chiamata e spensi il telefono per giorni. Ancora oggi ho il vizio di spegnere il telefono nei miei giorni di merda. Non avevo voglia di dare spiegazioni, non avevo voglia di ascoltare piagnistei, non volevo parlare con nessuno. Dovevo leccare le mie ferite da sola e non mi interessava apparire maleducata o scontrosa. Non volevo elemosinare la pietà di nessuno.

Piansi moltissimo. Se quel cancro era così sviluppato, doveva essere dentro di me da anni. Indagai sui sintomi della mia malattia, i segnali c’erano tutti: pelle grigia, perdita di capelli, ciclo mestruale esageratamente abbondante e avevo messo su almeno venti chili. Non solo: gli scatti d’ira, il nervosismo, l’ansia estrema e la percezione alterata della temperatura esterna… Ma da quanto tempo soffrivo di tiroide? Ma come avevo fatto a non capirlo?

Mi diedi dell’imbecille. Avevo pensato solo ad andare di fretta, a pianificare milioni di cose, a non perdere tempo e adesso la vita mi obbligava a tirare il freno a mano senza se e senza ma. Rischiavo di morire e quindi di fermarmi per sempre.

Ero arrabbiata con il mondo e con la vita, ero arrabbiata con tutti.

Ero arrabbiata con le persone felici.

Ero arrabbiata con Dio.

Ero arrabbiata con i miei, perché ok, io avevo trascurato la faccenda e un banale nodulo tiroideo si era ingigantito letalmente, ma era una predisposizione genetica, no? Tutti malati di tiroide in famiglia, quindi colpa loro che mi avevano messa al mondo! Era colpa di tutto l’albero genealogico!

Ero intrattabile, ne avevo fin sopra i capelli di sentirmi chiedere ogni giorno come stavo, ma allo stesso tempo mi incazzavo se non mi veniva chiesto. Come ci si doveva comportare con me?

Sputai veleno, tanto. Alcune persone diventano docili e tenere nella malattia, pur vincendo egregiamente le loro battaglie. Io, invece, diventai una bestia e forse proprio questo mi ha salvata, perché la mia rabbia e la mia violenza mi resero inconsciamente attaccata alla vita. Di questo non mi sono mai pentita, perché chi ha voluto restarmi accanto lo ha fatto comunque. I miei migliori amici di oggi sono i tenaci di allora.

Tornata a casa da lavoro, passavo le giornate segregata nella mia stanzetta, con le persiane abbassate, studiavo, ma non con i miei soliti ritmi. La mia vita divenne piatta, astratta e surreale, mi muovevo per inerzia, non capivo niente, volevo solo urlare ed esplodere.

Ogni volta che compravo un oggetto, in quel periodo, era rigorosamente nero: scarpe, ciondoli, orologi, quaderni, camicie…Tutto nero, proprio come me.

Mi sentii dire che ero esagerata.

Mi cancellai dai social.

Decisi di tagliare i capelli, allora rossissimi, per evitare di usare tinture chimiche: non mi sembrava il momento opportuno. Più che altro, sapevo che non avrei avuto voglia, nelle settimane successive, di curare la ricrescita e decisi di adottare un look pratico. Approfittai della moda del momento e rasai i capelli come Emma Marrone, ma qualcuno pensò che la mia scelta fosse dovuta alle cure che stavo seguendo e che fossi sul punto di perderli. Il cancro alla tiroide non si cura con la chemio se non nei casi in cui il suddetto vada a intaccare altri organi, ma sono casi estremi e, per fortuna, non il mio.

Certe azioni esterne ti devastano, ma le accetti automaticamente nel momento in cui la vita ti offre il pacchetto completo: fanno parte del gioco e ti rafforzano senza che tu te ne accorga.

Il tumore era maligno ma circoscritto e decise di averne abbastanza di me dopo un doppio ciclo di radioiodioterapia. Sono grata a chi mi ha salvato la vita e si è preso cura di me.

Iniziai a perdere peso, divenni allergica a molti cibi o sostanze che prima non mi davano alcun fastidio. Il volto mi si riempì di brufoli.

Accettai anche questo perché la mia pelle, allora delicatissima, mi ha consentito di approcciarmi alla cosmesi biologica e ho assaggiato cibi diversi, sono diventata diversa e oggi, dopo ben sette anni, sono ancora diversa e non sarò mai uguale e va benissimo così.

Fu in quel periodo che, per scaricare l’ansia e riempire i grossi vuoti emotivi che avevo dentro, iniziai a comprare saponette in maniera compulsiva; le mie preferite erano quelle al profumo di mandorle dolci (lo sono tutt’ora). Ricordo che tornavo a casa con interi panetti di sapone e che sotto la doccia, quando ero estremamente nervosa, ne usavo più di una contemporaneamente, mescolando profumi e consistenze in maniera capricciosa e disordinata e questo mi faceva stare meglio.

Mi fissai anche con i rossetti per lo stesso motivo. Arrivai ad averne una cinquantina di qualunque colore, dal beige al nero.

Non ebbi voglia di innamorarmi per molto tempo. Non diedi la minima speranza a nessuno, allontanai chiunque, ero una macchina da guerra capace di farsi terra bruciata intorno. Non provai istinti o desideri sessuali per moltissimo tempo, era un qualcosa di morto, inesistente. Ad oggi mi chiedo come sia stato possibile, ma credo che la risposta sia semplice: come puoi vederti bene accanto a qualcuno, come puoi lasciarti amare, se tu per prima non ami te stessa? Sì, credo sia questa la risposta.

Mi sembrava di avere il fuoco nelle mani e di avere la capacità di tramutare qualsiasi cosa in cenere, sentivo di essere la versione incendiaria di Re Mida. Avevo perso totalmente il controllo della mia vita, era tutto tremendo e il buio della mia cameretta diventò sempre più buio.

Mi sentivo insicura, in difetto, pensavo che nessuno mi avrebbe amata per via della mia malattia e per via del fatto che stessi spendendo parecchi soldi per curarmi: chi avrebbe voluto accollarsi un peso del genere? Fu un pensiero stupido: io stessa avevo visto decine di mogli e mariti in ospedale. Per amore si fa questo e altro, ma io pensavo che non avrei mai meritato una cosa del genere. Devo chiedere scusa a me stessa per aver pensato di non meritare cose belle, ma solo male e malessere. Nella mia mente, in quel momento, io non meritavo di essere felice e non lo avrei meritato per il resto dei miei giorni.

Ancora oggi, quando conosco qualcuno di nuovo e inizio a raccontare la mia storia, inevitabilmente, parlo del mio passato e mentre dico “mi sono ammalata di cancro qualche anno fa” chiudo e strizzo gli occhi, cambio voce. Quando li riapro, nessuno batte ciglio, è tutto normale. Ho compreso di essermi fatta del male senza senso. Per fortuna la vita scorre ed è da un bel po’ che ho iniziato a rimediare con me stessa. Non è mai troppo tardi per recuperare il tempo perso!

Ho avuto a lungo la sensazione di essere marcia. Mi sono sentita incompleta. Dicono che l’astrologia non conti, ma io sono nata sotto il segno della Vergine ed è noto a chiunque quanto i nati sotto questa costellazione siano pignoli e diano un taglio logico a ogni cosa, corpo incluso, considerandolo una sorta di macchina perfetta. Molto bene: come si può ritenere perfetta una macchina a cui manca un ingranaggio?! Io non avevo più la tiroide! Mi mancava un pezzo, un pezzo importante e mi mancherà fino alla tomba!

In quei momenti mi posizionavo davanti allo specchio e pensavo alle compresse che avrei dovuto assumere a vita come sostitutivi della mia tiroide e poi ancora giù con altre paranoie sul fatto che la mia intera esistenza ruotasse intorno a un farmaco senza il quale sarei morta.

Continuavo a pensare che non ero mica l’unica al mondo ad avere questo tipo di problema e che esistevano patologie ben più gravi. Fu in quel momento che piazzai un porta pillole in borsa con almeno venti compresse: e se fossi rimasta bloccata su un’isola deserta? Fatto sta che un mese fa la cosa mi è tornata utile nel corso di un imprevisto che mi ha costretta a dormire fuori casa, quindi ringrazio la mia maniacalità.

Oggi sto bene e ho dato un nome alla cicatrice che porto sul collo: si chiama Beatrice e sta diventando sempre più piccola e graziosa. Credo mi sia grata per non averla più nascosta con sciarpine e collane enormi, sa che la reputo parte di me. Lei mi ricorda tutto: le persone che ho incontrato in ospedale, in particolare una bimba di dodici anni molto più coraggiosa di me, le mie compagne di stanza… E mi sbatte in faccia il ricordo di quella tremenda vigilia di Natale che passai da sola con mamma e papà, perché risultavo particolarmente radioattiva per via della terapia effettuata pochi giorni prima. Non ci fu nessuno quella sera con noi, cenammo in tre.
È per questo che odio il Natale. Ricordo tutto. Beatrice mi aiuta a non dimenticare.

La vita è andata talmente tanto avanti da farmi pensare a tutto ciò in maniera sempre meno frequente, ma, non appena si riaccende la scintilla, mi sento travolta da miliardi di emozioni e mi sento sciocca quando mi lamento per cose stupide (ogni giorno!). Non nascondo che comunque mi fa molto più piacere pensare alle cose futili piuttosto che a un cancro.

Vorrei sapere come sta quel signore con il morbo di Basedow e come se la passa quella bimba dodicenne, ormai giovane donna: chissà se come me ha carenza di vitamina D e approfitta dell’estate per farne copiosamente scorta in vista dell’inverno. E quella ragazza agitata per la sua prima visita di controllo post-ablazione? Ha ancora un guardaroba bipartito con gli abiti per quando dimagrisce in una metà e quelli per quando ingrassa nell’altra? Probabilmente no, la sua tiroide non c’è più e dovrebbe aver portato via con sé ogni scompenso. Le auguro di avere un unico armadio e la taglia che più desidera indossare.

Io, nel frattempo, ho tinto nuovamente i capelli di rosso.

Mi rivolgo sempre a te: spero di averti spaccato il cuore, in senso buono!

Sottoponiti a controlli di routine: non vanno fatti ogni giorno e portano via solo poche ore, briciole di tempo in cambio di una vita intera!

Io sono una privilegiata, perché oggi sono qui a parlarne con te. In molti avrebbero voluto farlo, ma riposano da ormai troppo tempo sotto i cipressi di qualche cimitero.

Non ignorare mai i segnali del tuo corpo.

Sii meno stronzo con le persone, perché non sai se quei chili di troppo per cui le prendi in giro o l’eccessiva magrezza o la loro irritabilità possano essere frutto di chissà quale battaglia interiore.

Ogni volta che soffro sono parte di te e ogni volta che soffri sei parte di me. Tutti insieme, in salute e in malattia, siamo parte della vita, una macchina perfettamente imperfetta, ma con tutti gli ingranaggi al proprio posto.

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Cosentina, classe 1991, laureata in Lettere e Beni Culturali, con Magistrale in Storia dell’Arte presso l’Università della Calabria e fluente in Inglese e Francese.
Oltre ad un periodo di studi a Vizille in Francia e una formazione con Eugenio Santoro dedicata ai curatori di mostre d’arte, vanta un amore per
i pittori fiamminghi e il periodo Barocco e coltiva il sogno di imparare (almeno) dieci lingue.
Appassionata di culture mediorientali, cosmesi bio, viaggi, lettura, dolci e mare!

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