C’è qualcuno nella mia testa ma non sono io

"Il nostro inconscio non vive in una stanza sotterranea e buia del nostro essere ma, al contrario, sovrasta la nostra mente cosciente senza che ce ne rendiamo conto ed influenza costantemente le nostre scelte di vita."

I Pink Floyd cantavano “C’è qualcuno nella mia testa ma non sono io” (There’s someone in my head but it’s not me) e quel qualcuno c’è davvero!

Pensateci per un istante: quando ci offrono una fetta di torta, vorremmo accettarla e non accettarla allo stesso tempo. Abbiamo un attimo di esitazione nel contrapporre la goduria di una fetta extra e i chilogrammi già accumulati e finiamo per dire a noi stessi “sì, la prendo, ma questa è l’ultima, da domani mi metterò a dieta”. Ma con chi stiamo trattando realmente? A chi stiamo concedendo qualcosa? A chi porremo domani un limite? Non si tratta forse dello sconosciuto nella nostra testa? Meglio conosciuto come istinto o, come definito da Freud, inconscio.

Siamo abituati a pensare all’istinto come un agire primordiale e animale e lo rinneghiamo perché ci piace considerarci esseri razionali. L’inconscio, invece, lo immaginiamo come quel luogo lontano e sotterraneo della nostra mente dove vengono accumulati traumi e delusioni, che influiscono solo sulla vita dei più deboli che non sanno sbarazzarsi dei propri fantasmi personali; ma non è così!

L’istinto, l’inconscio, lo sconosciuto, non sono altro che quei 1.350 gr del materiale più complesso che sia mai stato rinvenuto nell’universo: il cervello umano. Non vivono in una stanza sotterranea e buia del nostro essere ma, al contrario, sovrastano la nostra mente cosciente senza che noi neppure ce ne rendiamo conto, influenzando costantemente le nostre scelte di vita.

Ad esempio, nel corso di un recente esperimento, è stato chiesto a degli uomini di valutare la bellezza di vari volti femminili fotografati. Ciò che ai soggetti esaminati non era stato detto è che 1/3 delle donne mostrate in foto aveva le pupille dilatate. Alla fine del test, gli uomini avevano ritenuto attraenti solo queste, nella piena convinzione di aver semplicemente scelto le più belle.

Quando è stato loro chiesto di motivare la scelta, hanno sottolineato la dolcezza del viso, la pettinatura, l’armonia dei lineamenti, ma nessuno ha affermato “ho notato che in questa foto le pupille erano di due millimetri più grandi che nell’altra”, pur avendo preferito sempre e solo le donne con quella caratteristica. Perché vi era stata tale preferenza? Chi aveva scelto al loro posto? Nei meccanismi inconsci del cervello, qualcosa sapeva che in una donna le pupille dilatate sono correlate con l’eccitazione e la disponibilità sessuale.

Il loro cervello lo sapeva, ma gli uomini no! E non sapevano neppure che il loro senso di attrazione non deriva da loro, ma dagli efficientissimi programmi impressi nei loro circuiti cerebrali da milioni di anni di selezione naturale.

Allo stesso modo, anche le donne conoscono bene lo sguardo di un uomo innamorato – anche se non saprebbero descriverlo – e si limitano, in alcune occasioni, ad accusare il proprio partner con generici “non mi guardi più come prima” (“perché prima come ti guardavo?” “non lo so!”).
E non lo sanno per davvero. Ma il loro cervello sì.

La maggior parte del tempo, la nostra coscienza non è affatto protagonista dei processi decisionali che avvengono nella nostra mente, anzi non partecipa neppure. Viviamo quasi esclusivamente con il pilota automatico impostato.

Eppure siamo esseri razionali…

Sulla base di queste sensazioni pronunciamo affermazioni, compiamo delle azioni, sosteniamo delle idee, orientiamo la nostra intera vita. In alcuni momenti riusciamo, perfino, ad intuire che i nostri comportamenti derivano da qualcosa che ci si agita dentro, altre volte ci pensa il lato sinistro del cervello a farci credere che abbiamo ancora tutto sotto controllo e che non c’è da preoccuparsi perché siamo esseri razionali al 100%.

L’emisfero sinistro del cervello è il centro del linguaggio e quello che, in modo semplicistico, viene etichettato come la parte razionale del cervello; lo è davvero ma non nel modo in cui vi aspettate. Esso non ha la funzione di sopprimere l’irrazionalità dell’emisfero destro (quello “impulsivo”) ma, anzi, lo asseconda. Quando una parte del cervello compie una scelta, altre parti inventano immediatamente una storia per dare credibilità logica a quella scelta.

È stato fatto un esperimento nel quale su un foglio veniva impartito all’emisfero destro (quello privo del linguaggio) del soggetto esaminato un comando come “Cammina” e il soggetto si alzava e camminava. L’emisfero sinistro che veniva isolato dalla vista del foglio con scritto il comando, senza poter avere informazione alcuna sul perché l’altra parte avesse mosso i muscoli, inventava subito una scusa credibile. I soggetti, interrogati sul perché si fossero alzati davano risposte del tipo “stavo andando a prendere un sorso d’acqua”.

Come ha affermato il Dott. Michael Gazzaniga, l’emisfero sinistro funge da “interprete”: osservando le azioni e i comportamenti del corpo, assegna a tali eventi una narrazione coerente. I programmi nascosti nel nostro inconscio guidano le azioni e l’emisfero sinistro prepara le giustificazioni. Questa è tutta la razionalità che abbiamo: un emisfero che racconta storie! Gli esseri umani vivono sulla base di scelte assolutamente istintive, o per lo più attraverso paradigmi mentali inculcati ad una tale profondità che diventa impossibile stabilire se noi esisteremmo ancora levati quei paradigmi.

L’emisfero sinistro riesce a giustificarci sempre e adegua la nostra azione a una versione della realtà accettabile. È per questo che ci sentiamo tutti intelligenti: il cervello è un sistema chiuso in cui tutto avrà sempre un senso. È per questo che quando sbagliamo, e lo sappiamo che abbiamo sbagliato, c’è sempre un “ma” che ci convince che siamo perdonabili. È per questo che gli altri sono incoerenti e noi siamo sempre impeccabili: anche per la nostra incoerenza l’emisfero sinistro riuscirà a trovare una versione in cui… non è vero che siamo incoerenti! Tutto fila sempre, nel nostro mondo interiore.

Prendendo in prestito le parole di Oscar Wilde: “Mi chiedo chi sia stato a definire l’uomo un animale razionale. È la definizione più sconsiderata che sia mai stata data. L’uomo è tutto fuorché razionale”.

Siamo davvero noi che scegliamo i nostri partner? Siamo noi che ci innamoriamo?

Ogni persona nel mondo ha avuto, almeno una volta nella vita, quell’attimo; con un gesto, sempre involontario, la nostra arcata sopraccigliare ha fatto un sussulto, i pensieri si sono interrotti, la voce si è abbassata, la testa ha fatto un leggero tic e poi si è irrigidita, abbiamo deglutito, gli occhi si sono espansi più che potevano per osservare ciò che, nella frazione di un secondo, ha attirato la nostra attenzione. Voi non vi siete resi conto di nessuna di queste azioni e probabilmente nemmeno il vostro interlocutore, ma è più o meno questa la reazione istintiva che ci accomuna quando notiamo nella folla qualcuno che ci piace.

Appena entrati in un locale la nostra mente è in grado di scovare immediatamente l’unica persona per la quale proveremmo attrazione. I più romantici lo chiamano “colpo di fulmine”, i più spirituali sostengono che “le anime si riconoscono” e dovremo credere agli uni o agli altri perché la neuroscienza non ha ancora la minima idea del perché due persone, incontrandosi, si scelgano. Conosciamo quali sono i “segnali” identificati dal nostro cervello per aumentare le possibilità di accoppiamento reciproco, ma non c’è alcun meccanismo chiaro sul perché ci innamoriamo di alcune persone e non di altre.

La scelta deriva da qualcosa che la nostra mente inconscia sa, mentre noi no. Certo abbiamo ancora l’emisfero sinistro che potrà raccontarci una storiella sul perché quella persona ci sia “entrata dentro”: dirà cose come “condividiamo le stesse passioni”, “abbiamo le stesse esperienze di vita”, “mi completa con la sua diversità”. L’amore è scientificamente un mistero. Ma, in fin dei conti, a che serve il motivo? La nostra mente lo sa e quindi lo sappiamo anche noi!

Mi è appena venuta un’idea…

Un romanziere fissa il foglio bianco sentendo di non avere nulla da dire e resta lì a fissare il vuoto. Poi due mattine dopo si sveglia e le parole fluiscono libere sul figlio come per magia. Da dove è venuta, all’improvviso, la storia del suo nuovo romanzo? È stato davvero lui ad avere un’idea geniale? Anche in questo caso la mente conscia si prende meriti che non ha quando esclama “mi è venuta un’idea!”.

Il nostro inconscio nota qualcosa – qualcosa che di cui non ci accorgiamo assolutamente – poi la unisce ad una peculiarità caratteriale di un conoscente – mentre la mente conscia pensa a cosa mangiare a pranzo – poi colloca tutto sullo sfondo di quel panorama visto sul sito di viaggi e inizia a dargli il sapore di un’emozione passata. A quel punto, la mente conscia sente che il suo spirito creativo si agita ed inizia a pensare che potrebbe scrivere un romanzo ma non sa ancora definire la storia. E intanto l’inconscio, fatto di quello che sembrava dimenticato, di quello che non abbiamo notato, di quello che non ci appariva importante, continua il suo processo creativo, riunisce tutte le conoscenze linguistiche acquisite e rimanda la storia completa al romanziere, che crede di aver avuto una fantastica idea.

Il cervello ha eseguito un’enorme quantità di lavoro prima che l’idea geniale si manifesti. Nel momento in cui l’idea appare, i circuiti neuronali, dietro le quinte, hanno lavorato per ore, giorni o anni, consolidando informazioni e provando nuove combinazioni; ma noi ce ne attribuiamo il merito senza stupircene troppo. Il matematico James Clerk Maxwell sviluppò una serie di equazioni fondamentali che univano elettricità e magnetismo. Sul letto di morte dichiarò che qualcosa dentro di lui – e non lui – aveva ideato quelle equazioni. Cosa simile affermò William Blake durante la stesura del poema Milton: “Ho scritto dodici versi alla volta, anche venti, come sotto dettatura, senza premeditarli o addirittura contro la mia volontà, sono arrivati alla mia mente”. Johann Wolfgang Goethe sostenne di aver scritto “I dolori del giovane Werther” in uno stato quasi inconscio, come se tenesse “in mano una penna che si muove da sola”.

Ma allora la coscienza a cosa serve?

Se non noi siamo noi, se siamo solo espressione di istinti che si impongono nella nostra vita, allora a cosa serve la coscienza?

La mente inconscia genera energia creativa ma siamo noi a scegliere se far fluire quella energia nella scrittura, o nella musica, o nelle linee di un dipinto. Se la mente inconscia ci fa provare attrazione per la persona sbagliata, siamo noi ad avere tanta forza da liberarci di una dipendenza affettiva. Se l’emisfero sinistro racconta storie siamo sempre e solo noi che gli diamo materiale da elaborare attraverso quello che leggiamo, i principi che abbracciamo, le persone di cui ci circondiamo. Per cui, tranquilli: Voi siete ancora Voi… più lo sconosciuto nella testa!

Sul tempio di Apollo a Delfi era incisa la frase “Conosci te stesso”. L’antica saggezza sapeva bene che c’è qualcosa dentro di noi, la cui conoscenza non è immediata ma richiede analisi introspettiva, ascolto interiore, meditazione. Solo avvicinandoci un po’ di più allo sconosciuto nella nostra testa sapremo chi siamo noi.  

Finché non prenderai coscienza l’inconscio governerà la tua vita. E tu lo chiamerai destino“. (Carl Gustav Jung)

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Angela Scarivaglione

Angela Scarivaglione

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