Caro Brunetta, “tu che c**** parli?”

“Il lavoro, quindi, oggi non è più inteso come espressione della dignità umana perché oggi assurge alla sfera della consumazione personale e non, invece, della persona.”

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Il 10 giugno scorso a Mira (VE), in Veneto, si è consumata una delle scene più raccapriccianti della democrazia italiana.

Durante un comizio elettorale per le prossime comunali, il Ministro per la Pubblica Amministrazione – pensate voi – Renato Brunetta, ha dato sfogo al proprio delirio di onnipotenza nei confronti di un lavoratore lì presente – cosa ancor più grave – per ascoltarlo.

“Un chiaro esempio della distanza siderale che separa la classe dirigente dal Paese reale” lo definisce il RollingStones, ultimo baluardo del giornalismo progressista in Italia.

Dal 10 giugno ad oggi, infatti, nessuna testata giornalistica ha avuto il coraggio di denunciare questo squallido episodio, e le prime immagini e indignazioni sorgono nella serata di ieri sera sui nostri social network.

La scena è surreale: con la sicumera tipica di chi è consapevole di occupare una posizione di potere, Brunetta – dall’alto del palco e dei suoi tacchetti – riversa tutta la sua frustrazione nei riguardi di un lavoratore che – oh mio Dio – ha osato interrompere il suo monologo e fargli una domanda.

“Tu che cazzo parli?”

Il lavoratore dipendente, secondo Brunetta, è ontologicamente impossibilitato ad esprimere pareri, opinioni, giudizi. Il lavoratore dipendente deve solo rendere conto al suo datore di lavoro, svolgere i compiti dallo stesso impartitegli, stare in silenzio, fare il suo dovere e osannare chi a fine mese gli concede la possibilità di portare sulla propria tavola un pasto caldo.

E meno male che l’Assemblea Costituente ha scritto al primo articolo della nostra Costituzione che l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro.

Ma il lavoro che cos’è? Nobilita l’uomo – in generale – o solo l’uomo perché datore di lavoro?

Esistono, quindi, secondo il beniamino della P.A., lavoratori di serie A e lavoratori di serie B; o più correttamente, persone di serie A – gli imprenditori – e persone di serie B – i loro dipendenti.
Esistono rapporti di forza che costringono la parte debole a soccombere perché la stessa non si assume il rischio di impresa, il rischio di “mettersi in proprio”.

Il lavoro, quindi, oggi non è più inteso come espressione della dignità umana perché oggi assurge alla sfera della consumazione personale e non, invece, della persona. 

Siamo giunti, innegabilmente, all’affermazione tiepida della cultura del lavoro: oggigiorno, anche nella formazione educativa degli individui, seguiamo una cultura improntata ad un approccio meramente utilitaristico del mercato del lavoro in termini di scambio commerciale. I termini applicati al rapporto fra gli individui, infatti, sono esclusivamente adattabili al mercato dell’economia e non all’individualità. 

Eppure, la dignità è stata per gli ultimi due secoli posta a fondamento delle politiche di Welfare State. 

Mi sorge ora un dubbio: la dignità è un principio normativo e rappresenta i diritti sociali oppure no?     
Noberto Bobbio evidenziava, nella sua linea filosofica di pensiero, le differenze tra i diritti fondamentali e diritti sociali, indicando per questi ultimi il frutto delle battaglie, compiute dai vari movimenti per i diritti civili, nel corso del XX secolo. 
Bobbio, in sintesi, però, riteneva che i diritti sociali erano i presupposti ineludibili dei diritti civili e quindi ovviamente anche di quelli fondamentali.
I diritti sociali sono, quindi, il prodotto della lotta contro le diseguaglianze e per la tutela di tutte le minoranze. In essi troviamo il principio di eguaglianza tra individui, il diritto all’accesso all’istruzione, al lavoro, e quindi alla retribuzione.

Il lavoro, dunque, è un diritto fondamentale o un diritto sociale?

Con la sovrapposizione dei concetti di dignità e lavoro, ideale che ha trovato nelle strutture del costituzionalismo il suo riconoscimento più ampio a partire dal secondo dopoguerra (a seguito dei Processi di Tokyo e di Norimberga vi è stata, infatti, la riaffermazione dei diritti della persona umana), la dignità assurge a un costitutivo ineludibile della persona umana, addirittura annoverata nella CEDU come diritto tutelato erga omnes.
Il grande Ferrajoli, in tema di dignità e libertà, ritiene che la norma cardine da tenere sempre a mente sia l’art. 3 della Costituzione italiana, espressione del principio di pari dignità sociale che si propone come principio di uguaglianza sociale.

Ma torniamo al caso di “cronaca”.

Si può parlare di uguaglianza sociale e di pari diritti nello spettacolo recitato dal misero Brunetta? Distanza sociale, credo sia questa la descrizione più adatta al modo di fare di un personaggio che da tempo immemore siede indegnamente su una delle poltrone più pregiate della nostra repubblica.

Io, da cittadina, mi vergogno di questo riconoscimento che diamo a quello stesso ministro che incalza contro la pubblica amministrazione, piena di “fannulloni” ma che, con le sue numerose iniziative, non ha nobilitato, ringraziato o reso lustro alla nostra working class hero.

E’ vero che nella P.A. ci sono dei vuoti profondi e difficilmente colmabili; ma è anche vero che intorno a quei vuoti vi sono delle persone. Compito della Repubblica, tramite i suoi rappresentanti, è di tutelare chi si impegna – nobilitandosi – per la collettività.

In uno stato di diritto nessuno deve essere etichettato “dipendente” e, per questo, individuo scevro degli stessi diritti riconosciuti a qualcun altro.

Il ministro, per concludere la sua ridicola recita, non lo ha lasciato replicare: «Il microfono ce l’ho io, comando io».

Caro Renatino, stai sbagliando tutto.

Il potere è in mano proprio a chi tanto osi screditare, il popolo, quello fatto dai dipendenti tanto inutili che un giorno troveranno il coraggio di mandarti al posto giusto: a casa tua. 

Autore

  • Martina Vetere

    Classe 1994, nasce e cresce a Cosenza, ma casa sua è il mondo intero. Avvocato, donna in carriera e aspirante madre di famiglia, è laureata in Giurisprudenza alla LUISS Guido Carli e specializzata in Diritto di Famiglia e Minorile e in Diritto del Lavoro e Welfare, con esperienze di studio presso la Stockholm University in Svezia e la Universidade da Coruna in Spagna. Ha viaggiato in numerosi angoli della Terra con lo zaino in spalla e la voglia di raccontarli. Appassionata di letteratura, cucina, esplorazioni e ambiente!

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