"Il bello è inutile. Chiunque legga questa frase rimarrà sgomento e contrariato. Questo perché ciascuno di noi, inevitabilmente, è figlio del proprio tempo, e il nostro tempo ha eletto l’utile a matrice di significato di ogni valore."

È dall’inizio della storia dell’uomo che arte e bellezza si intrecciano e si inseguono in una rincorsa reciproca. Non si tratta di una semplice ricerca concettuale, del bisogno che arte e bellezza hanno di definirsi nel concetto dell’altro, ma di una necessità di significato: arte significa bellezza? L’opera artistica, cioè, coincide con la sua bellezza? È proprio il bello a rendere l’opera umana artistica e viceversa? Ma soprattutto, che cos’è il bello?

La ricerca del bello nell’arte

Sebbene il bello abbia sempre avuto una forte componente filosofica – al limite di un’indagine metafisica dell’uomo – l’artista, in tutte le epoche, ha voluto imprimerne l’essenza all’interno della dimensione materica, sia essa pittorica, architettonica o sculturale.

Nella Grecia classica l’artista ha come obiettivo il raggiungimento di una forma il più possibile prossima all’ideale assoluto di bellezza: il corpo umano dalle proporzioni perfette è kalokagathìa (unione della bellezza fisica e della bontà d’animo). La bellezza qui è prodromica di una sua configurazione etica. L’artista medievale, non a caso, mira, non tanto alla rappresentazione del verosimile, ma alla trasmissione agli uomini, nel loro ruolo di figli di Dio, e dunque di fedeli, del contenuto e del messaggio della storia sacra. La bellezza è nella rappresentazione del messaggio salvifico di Cristo, nella sua storia come in quella dei santi.

Nel Quattro-Cinquecento si assiste al recupero e alla “Rinascita” dell’antico (arte classica), ma la sensibilità dell’artista è totalmente ri-(n)novata. La bellezza è l’unione di proporzione (ossia la rappresentazione della perfezione della forma umana) e prospettiva (ossia la rappresentazione del rapporto dell’uomo con il mondo). Bello è l’uomo armonico nel contesto, e dunque al centro del mondo.

La Creazione di Adamo, decorazione della volta della Cappella Sistina, Michelangelo, Roma, databile 1511

I secoli a venire sono più turbolenti: col Manierismo la bellezza, cessa di essere equilibrata proporzione, l’armonia delle forme appunto, ma è l’espressione di quella tensione inquieta e tribolante verso ciò che le regole matematiche, a governo del mondo fisico, non possono spiegare; nel Barocco l’arte deve impressionare lo spettatore, pertanto la bellezza è al di là del bene e del male: può dire il bello attraverso il brutto, il vero attraverso il falso.

Nel Neoclassicismo di Winckelmann la cesura alla frattura soggettiva: L’arte torna ad essere ricerca della forma ideale. E bellezza ideale si esprime secondo il principio di “nobile semplicità e quieta grandezza”: la ricetta della perfezione dell’arte classica di origine greca.

L’incubo (The Nightmare), olio su tela di Johann Heinrich Füssli, Detroit, Institute of Arts, Detroit, Institute of Arts .

Il Romanticismo torna ad essere negazione dell’oggettivo: la bellezza sta nella soggettività del sentimento, nella mutevolezza, vicina o distante, ma che comunque sconvolge. È bello il visionario (Fussli), il sublime (Blake), il pittoresco (Constable, Turner). Il Romanticismo preconizza i secoli successivi e quello che diventerà il progressivo appiattimento sul soggetto fino al concettuale moderno: Impressionismo, bellezza come l’impressione colta e rappresentata nella sua immediatezza; Espressionismo, come arte non significante o imprimente, ma esprimente; Avanguardie: arte come provocazione del reale e oltre la realtà; infine, dalla seconda metà di questo secolo, l’arte si allontana dall’oggetto per divenire concetto: Arte Concettuale.

Ma quindi l’arte è bellezza?

Per quanto i due termini siano in costante dialettica fra loro, non coincidono. Mentre l’arte tende a spiegarsi attraverso le sue correnti, che esprimono i diversi tentativi di indagine dell’uomo nel suo bisogno continuo di plasmare il mondo nel tempo, la bellezza è come una dama che fugge e non si lascia svelare.

Nel suo continuo oscillare tra chi, artista e pensatore, vorrebbe incastrarlo in polarizzazioni oggettivanti o soggettivanti, il bello resiste a qualunque assalto teorico volta a ghermirlo per recintarlo in modo definitivo (e definitorio).

Pensateci: qualunque definizione di bello ci venga offerta stentiamo sempre a considerarla soddisfacente. Questo perché il bello, semplicemente, non si dice.

È proprio Kant ad intuire la natura indicibile del bello, ponendo le basi della teorizzazione del giudizio estetico. Il filosofo di Königsberg – che praticamente non si è mai mosso dalla sua terra natia – definisce il bello come qualcosa che non si conosce, in quanto non è la facoltà umana della ragione scientifica ad intercettarlo, bensì quella della ragione sentimentale. Il bello è senza concetto, senza interesse e senza scopo: non si dice, non si spiega e non è utile (non serve a qualcosa in vista del raggiungimento di un fine). Il bello, che va distinto dal piacevole – per cui “non è bello ciò che piace” – rifugge dal godimento sensitivo: non diciamo che qualcosa è bello solo perché ha un effetto positivo sensoriale. Il bello va oltre: sta nel rapporto immediato con l’oggetto, ed è oggetto di un piacere fine a sé stesso e senza spiegazione. È qualcosa che non riusciamo a recintare, un cerchio che non si chiude ma che lascia aperto un orizzonte di senso che, tuttavia, non riusciamo a scorgere sebbene possiamo apprezzarlo.

Di fronte alla bellezza di un tramonto, di un paesaggio, della persona amata, di una carezza, oltre alla nostra naturale esclamazione estatica “che bello” non c’è null’altro da spiegare. Kant, così, unisce soggetto e oggetto: la bellezza è negli occhi di chi guarda, ma solo perché è l’uomo a guardarla. La bellezza non sta nelle cose, che non hanno alcun obbligo ad essere belle, ma di fronte gli occhi umani, tracimanti di una fame di universalità, le cose non riusciamo a non vederle belle; ciò accade incredibilmente e straordinariamente anche nei momenti più difficili, più brutti.

Cos’è rimasto della bellezza oggi?

Il bello è inutile. Chiunque legga questa frase rimarrà sgomento e contrariato. Questo perché ciascuno di noi, inevitabilmente, è figlio del proprio tempo, e il nostro tempo ha eletto l’utile a matrice di significato di ogni valore. Se qualcosa non è utile – cioè “non serve a”, non fa parte di quella “cattiva infinità”, per dirla con le parole di Galimberti, in cui ogni cosa rimanda ad un’altra senza fine – non è né buona, né bella. La domanda dell’uomo odierno è: a cosa serve? Quanto è bella o ti rende felice? Ma la bellezza non è un quantum, è inutile, non serve ad altro. Il bello è alimento per la vita, intuiamo che senza di esso l’esistenza è priva di significato o di scopo, ma non serve, non è utile nel senso sopracitato. L’utile cerca di chiudere il cerchio per aprirne di nuovi, la bellezza esprime il suo anelito inappagante e inappagato perché lascia sempre sospesa quella curva di senso.

Perché amiamo le persone? Perché il mare è così bello e irrinunciabile? Perché la vista dalla cima di un monte ci lascia esterrefatti?

Non lo sappiamo. Eppure non possiamo rinunciarvi.

Dunque la domanda è: fina a quando potremo apprezzare tutto questo se continueremo ad essere servi dell’utile?

Ai posteri l’ardua sentenza.

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Cosentino laureando in Giurisprudenza presso l’Università Magna Graecia di Catanzaro.
Amante della filosofia del diritto e di diritto costituzionale, materie che esprimono il suo bisogno di riflettere approfonditamente sulla natura e la necessità delle cose, coltiva un’insana passione per il mondo nerd e per il cibo, anche in qualità di food blogger.
Affannosamente curioso e amante del dibattito, è dotato di un animo ironico e mordace.
Appassionato di filosofia, politica e cinema!

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