Barrilete cosmico, de que planeta viniste?

"L'aquilone cosmico ora è tornato al suo pianeta ed è stato per noi tutti un immenso privilegio vederlo librarsi nel nostro cielo."

Se il calcio è comunione, Diego tu probabilmente eri profeta.

Maradona rappresenta un crocevia, una strada intrapresa dallo sport dalla quale non si torna indietro. Maradona è una fede incrollabile nel bello, è rivalsa degli ultimi sui potenti, è spettacolo sublime alla portata di tutti. Maradona è stato l’espressione più compiuta del calcio, l’essenza stessa del sogno, che ogni ragazzo culla, di poter imprimere un segno nella storia.

Dai sobborghi di Buenos Aires fino al culto che ammantò Napoli, passando per il Messico e l’Azteca, lì dove dove Diego seppe ribaltare anche il detto “non si può essere profeti in patria”.

E invece lui lo è stato, messia universale della Pelota (come usano dire gli argentini), incurante del sistema che aveva intorno, incurante persino del concetto di calcio come lavoro.  El Pibe non aveva bisogno di  ripetute, di provare gli scatti o i dribbling o gli schemi, lui conosceva i reconditi segreti della palla, la accarezzava di suola come solo un tanguero potrebbe. E la palla lo amava:  quel pezzo sferico di cuoio ai suoi piedi sprigionava una potenza diversa,  appariva più leggera, quasi mossa da una volontà propria.

Chi pensa a Maradona solo come uomo di sport, o peggio solo di calcio, non ha capito nulla! Maradona era uomo del popolo, era politico nel senso più candido del termine, era autore di una fiaba che si ripeteva di volta sempre diversa quando metteva piede nel rettangolo verde, era rivoluzionario quando trascinava la sua gente alla vittoria. Maradona era un artista.

Non ci credete? Allora lasciate che vi racconti El Pibe de Oro (il ragazzo d’oro di Lanus) attraverso la sua magia.

L’Argentina in cui cresce Diego è un Stato che fatica a trovare spazio nel mondo nuovo post secondo conflitto. È fortemente dilaniata nelle sue viscere da un sistema governativo autoritario instauratosi a seguito della morte di Juan Peròn che conosce il dramma della Guerra Sucia (la guerra sporca) e degli desaparecidos, gli uomini – molto spesso ragazzi universitari – letteralmente spariti perché invisi ai detentori del potere ma si avvia ad ospitare nel 1978 un Mondiale di calcio, il palcoscenico adatto per dare lustro ad un Paese agli occhi del mondo. In quegli anni Diego milita nelle giovanili degli Argentinos Juniors , il semenzaio (El Semillero) dal quale verranno fuori tra gli altri Claudio Borghi, Fernando Redondo ed il Mudo Riquelme, ma nessuno di questi brillerà mai come Diego. Il 20 Ottobre ’76 i biancorossi portegni  affrontano il Talleres di Cordoba, l’allenatore si avvicina a Diego, gli fa cenno di entrare in campo e gli rivolge poche parole ma ben precise: “ … Juega como tu sabes” (Gioca come sai tu). Diego allora fa quello che sa fare: si mette in posizione per ricevere la sfera, la controlla e fa un tunnel all’avversario. Inizia così la parabola del Dio del calcio.

Il Mondiale però non farà in tempo a conquistarlo. L’Argentina lo vincerà comunque, il suo primo, grazie a Mario Kempes e svariate polemiche su combine e pressioni politiche sulla FIFA.

Diego intanto si afferma in patria: dagli Argentinos Jrs. – dopo oltre 110 gol in 166presenze- passa (in prestito) all’ombra della Bombonera, lo spettacolare catino sede delle partite casalinghe del Boca Juniors  dove rimarrà appena un anno, ma comunque abbastanza per farsi ammirare da tutti ed attirare le attenzioni delle squadre del Vecchio Continente. Il Barcellona e la Juventus  sono pronte a darsi battaglia pur di assicurarselo, ma alla fine Gianni Agnelli desistette, complici i malumori che il suo ingaggio avrebbe provocato tra i dipendenti FIAT.

Maradona si accasò quindi nella città di Gaudì, ma non ebbe vita facile a causa sia di infortuni troppo frequenti, sia di un temperamento troppo vivace che gli costò diverse giornate di squalifica.

Sarà a Napoli e al Napoli che la sua stella si consacrerà definitivamente. Il connubio tra i partenopei ed il Diez è forse la storia calcistica più riuscita di sempre, perché Maradona e Napoli erano due universi in attesa solo di unirsi. La Serie A negli anni ’80 stava per lanciarsi nel panorama europeo come la Terra promessa, dove i talenti esplodevano e tutti potevano combattere per una fetta di gloria, ma l’egemonia rimaneva alla Juventus, la Vecchia Signora del calcio italiano che si era appuntata da poco la seconda stella (20 scudetti) al petto. L’allora presidente degli azzurri Ferlaino capì che non avrebbe avuto nuovamente un’occasione come quella di ingaggiare Diego e nel 1984 si assicurò le prestazioni dell’argentino per 13 miliardi di lire (6,5 milioni di euro al cambio, una roba irrisoria per i tempi odierni). Maradona fu presentato al San Paolo il 30 Giugno 1984. Ad attenderlo, sugli spalti, 80 mila napoletani speranzosi che il loro nuovo condottiero non avrebbe fatto la fine di Masaniello, ma anzi li avrebbe portati alla vittoria nello Stivale strappando lo scettro ai bianconeri e ribaltando le gerarchie del gioco.

Iconico è proprio il gol realizzato ai torinesi il 3 Novembre dell’86. Un gol da cineteca: una punizione dentro l’area di rigore, con la barriera juventina schierata ed appena 13 metri a dividere il pallone dalla linea di porta. Impossibile per chiunque anche solo pensare di superare il blocco scavalcandolo, ma non per Diego. Fermiamoci un attimo, è necessario. Nel 1983 in una partita tra Barcellona ed Athletic Bilbao, Maradona è in campo con i colori blaugrana e al minuto 12del secondo tempo stoppa la palla e se l’allunga per involarsi verso la porta avversaria. L’altro protagonista della vicenda è Andonì Goikoetxea (da allora conosciuto come il macellaio di Bilbao), difensore basco dell’Athletic che entra in maniera ruvida sulla caviglia del Pibe. Maradona si accascia a terra in preda al dolore, non riesce nemmeno ad alzarsi, il suo piede sinistro ha fatto crack. Frattura del malleolo, sembra essere finita la carriera del calciatore più promettente di sempre. Diego però, lo abbiamo detto, è un autore di fiabe e vuole il suo lieto fine. Dopo mesi e mesi di convalescenza e terapie torna al calcio, ma non è più lo stesso, il suo piede non è più lo stesso. La conduzione della palla è stentata, l’andatura singhiozzante. Quell’infortunio gli costerà una grossa parte della sensibilità del suo mancino fatato (qualcuno dice il 70% per avere una stima pronta) che non recupererà mai.

Torniamo al racconto principale. Napoli-Juventus, punizione dai 13 metri, pioggia battente, e se ciò non fosse abbastanza, a guardia della porta juventina uno dei portieri italiani più forti di sempre, Stefano Tacconi. Pensate che a Diego importasse qualcosa? Credete che gli importasse che il suo piede non sarebbe mai più tornato quello di una volta? Assolutamente no. Contò i passi, prese una brevissima se non inesistente rincorsa e diede una carezza di interno piede alla palla, un colpo liftato  delicatissimo, e lei, la Pelota, danzò per lui come una ballerina alla Scala. 1-0 Napoli, Juventus al tappeto ed una città in visibilio. Il Napoli con lui conquisterà i suoi unici 2 scudetti e una Coppa Uefa (unico trofeo internazionale degli azzurri).

Azzurro sempre anche quando non vestiva la maglia dei campani, o meglio Albiceleste, i colori della Seleccìon argentina. Ancora nell’86, ancora Diego, sempre Diego a caricarsi sulle spalle un popolo, questa volta la sua Nazione. Siamo in Messico per la 13esima edizione della Coppa del Mondo. L’Argentina aveva salutato l’edizione precedente in Spagna con una mesta sconfitta contro i rivali verdeoro del Brasile e non si presentava certo alla nuova con grandi speranze di vittoria. Una squadra operaia, non ricca di talento, se non fosse stato per quel numero 10. Perché oggi il mito di Mardona resiste senza graffi, inscalfito? Perché, nonostante una miriade di calciatori argentini e nazionali più accreditate (ma non vincenti), Maradona rimane il simbolo indiscusso? C’è un momento in cui gli dei del calcio decidono che è l’ora della rivoluzione e quel momento fu il 22 Giugno del 1986. Va in scena il quarto di finale tra Inghilterra e Argentina. Gli inventori del calcio, gli inglesi, sempre molto naiff quando si parla di Football (non parteciparono ai mondiali fino al 1950, terza edizione, perché in quanto creatori del gioco si credevano già migliori di tutti) contro la working class sudamericana. Sapete cosa sono le Falkland? Delle isole nell’Atlantico del Sud che nel 1982 furono teatro di un conflitto tra argentini e inglesi per rivendicare la proprietà delle stesse, che generò oltre mille morti e vide la corona inglese trionfare. Non so se Diego stesse pensando alle  Falkland  quel giorno ma so che stava pensando al suo popolo e all’oppressione dei precedenti 12 anni. Minuto 51, Steve Hodge- difensore inglese – alza un campanile (una palla alta) erroneamente nella sua area di rigore. Il portiere inglese, il mitico Peter Shilton tenta di acciuffarla, ma prima di lui si avventa Maradona, non certo noto per essere uno spilungone, che anticipa il portiere e l’Argentina è in vantaggio, tutti increduli. Il guardalinee si volta verso il centro del campo, Shilton sbraita, chiede il fallo di mano e Diego esulta, ancora incurante di tutto. Il replay è chiaro: Diego ha colpito la palla con lamano, ma lo ha fatto con una finissima astuzia avvicinando quanto più possibile il palmo alla fronte in modo da ingannare l’assistente. In conferenza dirà: “un poco con la cabeza de Maradona, un poco con la mano de Dios”  (un po’ con la testa di Maradona, un po’ con la mano di Dio).

Minuto 55: il mondo è ancora sbigottito per quello che ha visto e per Diego si profilano giorni di accuse, ma lui non ci pensa, è immerso nel suo mondo, sta combattendo la sua rivoluzione castrista, lo sta facendo con tutti i mezzi a sua disposizione e decide che è l’ora è giunta: è tempo di consacrarsi per sempre nell’Olimpo del calcio. Prende palla all’altezza del dischetto del calcio d’avvio, vicino la fascia laterale destra, la accarezza e con una veronica tra due inglesi inizia la corsa. Pilota la palla in fascia e salta un primo uomo verso l’interno del campo, con una falcata salta il secondo sull’esterno ed entra in area dove ad attenderlo c’è ancora Shilton pronto a franargli addosso per terminare quella corsa. Lo dribbla nascondendogli la palla con l’interno del piede ed insacca. E’ il Gol del Siglo, il gol del secolo e a narrarlo per la tv argentina è Victor Hugo Morales, che incredulo e quasi in lacrime, grida: “Barrilete cosmico, de que planeta viniste?” (Aquilone cosmico da che pianeta vieni?). Maradona lo sa: è appena diventato il calciatore più forte della storia, ha condotto il popolo al trionfo, il suo popolo.

Non è un caso forse che se ne vada esattamente a 4 anni di distanza dalla morte di Fidel Castro. Quel che è certo è che l’aquilone cosmico ora è tornato al suo pianeta ed è stato per noi tutti un immenso privilegio vederlo librarsi nel nostro cielo.

+ posts

Cosentino classe 1995.
Studente di Giurisprudenza presso l’Università della Calabria e con un’inclinazione per l’ambito penalistico, ambisce alla carriera magistratuale grazie al suo amore per la giustizia e al bisogno di guardare sempre con occhio critico la realtà.
Sogna tutti i suoi mille sogni nel cassetto e condisce ogni giorno con una sana dose d’ironia.
Appassionato di politica, musica, cinema e sport!

Share on facebook
Share on google
Share on whatsapp
Share on telegram
Share on email
Share on pocket

Lascia un Commento