Asterischi o non asterischi? Una questione di inclusività

"L’attenzione, tutta politica, che l’uso dell’asterisco cerca di portare sull’utilizzo automatico e disinvolto di certe norme grammaticali, o di certe consuetudini linguistiche, può essere un grimaldello, uno strumento, piuttosto utile proprio in quanto polemico e immediatamente visibile, perché un certo sguardo culturale che ancora oggi domina i nostri rapporti sociali venga messo in discussione."

Il tema delle discriminazioni di genere legate al linguaggio è complesso e stratificato, e il fatto che se ne parli, a prescindere dalle posizioni individuali, è certamente positivo. Negli ultimi tempi, l’uso sempre più diffuso dell’asterisco o di altre soluzioni grafiche (come la vocale cosiddetta schwa o scevà, lettera dell’alfabeto fonetico trascritta con il simbolo “ə”) volte a troncare le desinenze dei sostantivi o degli articoli, e dunque “sospendere” il genere grammaticale di una parola, ha suscitato reazioni contrastanti. Segno, senza dubbio, che non solo di asterischi si tratta, ma di un nervo scoperto, e particolarmente dolente, della società contemporanea. Ma andiamo con ordine.

Personalmente, credo che la convenzione dell’asterico o della schwa sia, tutto sommato, un aspetto transitorio, superficiale, di una più profonda presa di consapevolezza della necessità dell’estensione, e talvolta dell’abbattimento, di alcune consuetudini linguistiche che nel tempo si sono cristallizzate. Di questa opinione sono addirittura alcune frange della linguistica contemporanea, se prendiamo come esempio il caso di Vera Gheno, ricercatrice di sociolinguistica presso l’Università di Firenze ed ex collaboratrice dell’Accademia della Crusca. Molto attiva come divulgatrice sui social, Gheno non solo accetta, ma addirittura incoraggia l’uso dell’asterisco e di soluzioni affini. La sua posizione sull’impatto linguistico e grammaticale di questa nuova convenzione grafica, tuttavia, è aperta e sfumata. In un lungo post Facebook risalente all’agosto 2020, infatti, Gheno scrive:

Ora, per quanto mi riguarda, queste soluzioni sono interessanti in quanto tentativi, esperimenti, usi il cui valore è più identitario/sociale che non linguistico; non so in che misura possano mai avere un impatto sull’impianto della norma dell’italiano.

Ma proprio per questo, sono secondo me esagerate sia le grida di allarme di chi teme per l’integrità dell’italiano […] sia le spiegazioni rigidamente scientifiche, accompagnate da una punta di sdegno […]

Saranno anche soluzioni linguisticamente inaccettabili, ma una parte delle persone, evidentemente non troppo turbata da questo fatto, usa felicemente e serenamente l’asterisco, la chiocciola, lo schwa o qualsiasi altra soluzione condivisa con il suo gruppo dei “pari”, senza per questo volere “cambiare l’italiano” per tutti; e in alcuni casi, questi usi sono in circolazione da decenni.

Concludendo che: «Nessuno può prevedere dove porteranno queste riflessioni, se avranno qualche ricaduta duratura sulla lingua italiana o se spariranno nel giro di poco. Ma questo non toglie che se ne possa parlare, senza bisogno di arrocchi sdegnosi».

In definitiva, non solo esistono, attualmente, studiosi e studiose che guardano con favore a certi espedienti grafici per aggirare il maschile estensivo, ma quegli stessi studiosi e quelle stesse studiose hanno dei dubbi sulla reale incidenza di tali espedienti in ambito grammaticale. Questo perché, naturalmente, non basta un asterisco per abbattere una norma che per la lingua italiana è profondamente strutturante, ma a quanto pare basta un asterisco per porre l’attenzione sulla norma stessa, e il fatto che ne stiamo parlando lo dimostra chiaramente. E lo dimostra chiaramente anche il rifiuto che in certi casi l’asterisco ha suscitato, rifiuto purtroppo non sempre educato e argomentato. C’è persino chi ha visto nella messa in discussione del maschile estensivo un germe di fascismo, in maniera non dissimile da chi vede nell’estensione dei diritti civili alle persone trans, omosessuali, bisessuali o non binary un attacco alla libertà di chi, invece, non appartiene al mondo LGBTQ+.

Ma ha senso tentare un parallelismo così azzardato tra sfera politica e civile, da un lato, e sfera linguistica dall’altro? La risposta, a mio avviso, è sì, perché l’utilizzo che nell’immediato si fa dell’asterisco e della schwa è, per l’appunto, un utilizzo politico. Che significa, questo? Significa che chi si è adeguato a questa convenzione, che è – e rimane – una convenzione prettamente grafica, lo ha fatto non solo, e in certi casi non tanto, per sollevare una questione meramente linguistica. I soggetti sociali da cui l’uso dell’asterisco è maggiormente utilizzato, e da cui è probabilmente scaturito in prima battuta, sono infatti i movimenti femministi, omosessuali, transessuali, queer, o membri isolati della galassia LGBTQ+. Insomma, soggetti fortemente e personalmente coinvolti nelle battaglie per i diritti civili di determinate minoranze o di determinati gruppi sociali. Ciò sta a indicare che non siamo di fronte a una questione puramente accademica o grammaticale, ma a una questione, appunto, politica, che un certo uso del linguaggio può aiutare a focalizzare e a inquadrare. E, perché no, ad affrontare.

Ma allora, la lingua italiana è davvero sessista o discriminatoria? Per quanto mi riguarda, la discriminazione esiste dove non esiste un riconoscimento. Nessuna lingua è discriminatoria di per sé, questo perché le norme linguistiche e grammaticali hanno una storia complessa, fatta di stratificazioni, di sedimentazioni, di ibridazioni talvolta oblique e impercettibili. Non dimentichiamoci, però, che sono pur sempre i parlanti a fare la lingua, che la lingua stessa evolve attraverso l’uso che se ne fa, e che certi usi dell’italiano che oggi consideriamo normali sono in realtà acquisizioni piuttosto recenti. Tuttavia, proprio perché sono i parlanti a consolidare certi usi della lingua, esiste anche un altro versante di questo ragionamento, più problematico, che vorrei esporre facendo due esempi.

Fino a una decina d’anni fa era del tutto impensabile rivolgersi a un sindaco o a un ministro donna chiamandola sindaca o ministra. Ricordo ancora come utilizzare le varianti al femminile di quelle due parole suscitasse riso o addirittura sdegno. Allo stesso modo, ancora oggi si fa molta fatica a usare correttamente certe forme al femminile di parole tipicamente associate a figure maschili. Un caso su tutti sono le varianti in -essa: quante volte avete sentito dire presidentessa in luogo di presidente? Avvocatessa in luogo di avvocata? Studentessa in luogo di studente? Eppure, per ciascuno di questi termini, la scelta più corretta sarebbe proprio la seconda. E lo sarebbe non tanto per una questione di correttezza politica, quanto per una questione rigorosamente grammaticale (i nomi derivati da participi presenti, come presidente, non si declinano secondo il genere, mentre quelli derivati da participi passati, come avvocato, sì).

Nel primo caso, dunque, abbiamo delle varianti al femminile che sono diventate di uso comune nel tempo, attraverso ciò che è stata, a tutti gli effetti, un’azione politica condotta contro una consuetudine fin troppo cementificata (ricordo ancora quando si diceva «il ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna», brrr…). Nel secondo caso, invece, abbiamo un vero e proprio aggiramento delle norme grammaticali che, nei fatti, produce delle varianti “sessiste” (avvocatessa sta ad avvocato come Eva sta ad Adamo).
Questo per dire che la presenza di una norma grammaticale, peraltro stabilmente rispettata in altre circostanze, non è tutto. Di per sé, infatti, la grammatica non è sufficiente a garantire un riconoscimento: è semmai come una determinata norma si usa ,a fare la differenza. E – di questo sono convinto – usi discriminatori di una norma linguistica sono certamente possibili.

Per concludere, non credo che l’asterisco o la schwa siano soluzioni granché efficaci per abbattere una caratteristica strutturante della nostra lingua. Non credo nemmeno che l’abbattimento di tale caratteristica sia un compito che si possa svolgere dall’oggi al domani, introducendo un asterisco o togliendo una desinenza. Credo però che l’attenzione, tutta politica, che l’uso dell’asterisco cerca di portare sull’utilizzo automatico e disinvolto di certe norme grammaticali, o di certe consuetudini linguistiche, possa essere un grimaldello, uno strumento, piuttosto utile proprio in quanto polemico e immediatamente visibile, perché un certo sguardo culturale che ancora oggi domina i nostri rapporti sociali venga messo in discussione. Dopotutto, è proprio sulla scia di azioni polemiche e politiche come queste che si è arrivati a un’estensione non di poco conto di certe aree lessicali, estensione che ha affiancato il – e talvolta contribuito al – riconoscimento sociale di certe figure che in passato sono state prevalentemente o esclusivamente maschili. E oggi, per fortuna, non più.

Quindi, siate liberi di dirvi scettici nei confronti degli asterischi ma, in quanto parlanti, provate comunque a fare attenzione a certi piccoli grandi aspetti del vostro – del nostro – linguaggio, a certi usi, a certi abusi. Provate, anche, se volete, a metterli in discussione, perché la lingua è un patrimonio di tutti, e tale deve rimanere.

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Marchigiano, classe 1991. Sebbene in passato sia quasi diventato un architetto, ora è laureato in Italianistica all'Università di Bologna e aspira a diventare un ricercatore in Letteratura Contemporanea. Periodo storico preferito, il secondo Novecento. Ama la città e la sua vita frenetica, ma forse ama di più i piccoli borghi di campagna, di cui la sua terra è fortunatamente ricchissima. Appassionato di cinema, musica, arte ed è anche un vorace lettore, soprattutto di poesia.

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