“Allauin”: la crociata della festa italiana dimenticata (pure da De Luca)

"Oggi ho un sogno: spiegare al Presidente Vincenzo De Luca e agli scettici per quale motivo Halloween non può essere “un’americanata”. Magari potrei insegnargli pure la pronuncia corretta di questa festività. Così, a tempo perso."

Antesignana della cultura moderna o, più probabilmente, diretta discendente di qualcuna sottrattasi al rogo, alla fine degli anni ’90 una piccolissima Angela si aggirava vestita da strega per le strade di una delle borgate più famose della Capitale, facendo “dolcetto o scherzetto” agli abitanti del quartiere.

Inutile dirvi come mi rispondesse la maggior parte dei vecchietti e delle vecchiette: ricordo con un certo calore lo sguardo di disprezzo misto a quella singolare smorfia che facciamo con la bocca quando non capiamo qualcosa, seguiti dal sordo rumore di una porta che si chiude con una certa veemenza. Da dietro la porta, ormai chiusa, riuscivo comunque a percepire i vari “ma questa è scema” che seguivano la mia comparsa.
Insomma, Halloween a Roma lo festeggiavo solo io.
Già da allora ero quella “stramba”.

Da adulta (?) i social mi sono venuti in aiuto: ho condotto molte crociate sotto ai post dei cinquantenni su Facebook che invitavano a non festeggiare Halloween ora per la cifra religiosa, ora per l’estraneità di questa ricorrenza alla nostra cultura. Insomma, da strega ero passata a travestirmi da Don Chisciotte.

Poi è arrivata la Generazione Z (con i “TikTokers”, gli “YouTubers”, gli “Influencers” e tutte le varie cose che finiscono con -ers) a sdoganare una volta e per tutte questa meravigliosa ricorrenza. 

Come Woody di Toy Story che viene scaricato dal bambino cresciutello, ho pensato di essere ormai destinata alla polvere, agli scaffali in alto della libreria. “L’Italia non ha più bisogno di me” mi son detta, “ormai tutti festeggiano Halloween!”. Ero già ricoperta di naftalina, pronta per ripormi nello scatolone quando, da una televisione accesa, sento tuonare: “Basta con questa stupida americanata di Allauin!”. Cosa stavano sentendo le mie orecchie? Allora, non tutto era perduto! C’è ancora chi pensa che Alluin sia un’americanata, una stupida americanata!

Oggi ho un sogno: spiegare al Presidente Vincenzo De Luca e agli scettici per quale motivo Halloween non può essere “un’americanata”. Magari potrei insegnargli pure la pronuncia corretta di questa festività. Così, a tempo perso.

Partiamo dalle basi: Halloween, secondo alcuni, è una variante scozzese ed arcaica di All Hallows’ Eve che tradotto significa “Notte di tutti i santi” o “Vigilia di Ognissanti”; invece, secondo Renato Cortesi (studioso di storia locale e Socio della Società di Studi Romagnoli, ndr) il significato sarebbe da ricondurre al racconto di “Jack O’ Lantern”, anima condannata a vagare di notte con la sola luce di una candela, riposta in una zucca “scavata”. In effetti “to hollow” in inglese significa scavare e, quindi, dal termine “hollowing” deriverebbe il nome “Halloween”.

E si pronuncia, traslitterato, /ˈallowin/ o /alloˈwin/, non “Allauin”.

Archiviata la questione nome, veniamo al succo della storia: la “stupida americanata”, espressione già puntualmente riportata e duramente criticata dall’Indipendent.

Ora, parliamoci chiaro: come può una festività così antica essere americana? Ma la ricordate la storia “Vecchio Continente” e “Nuovo Contenente”?

È presto detto: non è nata in America. Vi chiedo la cortesia di memorizzare queste parole e di imprimerle nella vostra memoria.

Lasciando il colpo di scena alla fine, posso intanto dirvi che uno degli antenati prossimi della festa di Halloween sembrerebbe essere Samhain, festa celtica il cui nome deriva dall’irlandese arcaico e dovrebbe significare, con un certo grado di approssimazione, “fine dell’estate”: dal gaelico Samhuinn, in inglese “summer’s end”. Questa tesi è stata sostenuta, tra gli altri, da due celebri studiosi di fine Ottocento, Rhŷs e Frazer, i quali osservarono come, circa 2000 anni fa, per i Celti l’anno nuovo coincidesse con la fine dell’estate e quindi con il 1° novembre. 

Secondo la concezione ciclica del tempo custodita dai Celti, il giorno di Samhain non esisteva: trovandosi a cavallo tra due diversi cicli, era una notte particolarmente magica che permetteva di eliminare le barriere tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti. Secondo la tradizione, il grande scudo di Scáthach veniva abbassato così da permettere ai morti di tornare nei luoghi cari e vicino ai propri affetti per partecipare alle celebrazioni gloriose che si tenevano in loro onore.

Anche la dimensione della morte era vissuta dai Celti con partecipazione: morire con onore, vivere nella memoria del proprio popolo ed essere ricordati nella grande festa di Samhain rivestiva un ruolo, nel culto celtico, assolutamente predominante. A questa dimensione “ultraterrena” se ne accompagnava una molto più triviale: con l’arrivo dell’inverno, le tribù si preparavano ad affrontare la stagione più fredda dell’anno nonché quella più pericolosa per gli umani e per il bestiame. La paura tangibile della morte dettata dall’avvicendarsi naturale delle stagioni ed il ritorno dall’aldilà dei defunti, venivano esorcizzati e festeggiati al contempo, accendendo il Fuoco Sacro e festeggiando per tre giorni vestiti di maschere grottesche e pelli di animali.

Ma questa, come vi dicevo, è solo una delle correnti di pensiero. L’altra intravede l’origine di Halloween nella festa romana dedicata alla dea dei frutti e dei semi Pomona o, ancora, nella festa dei morti chiamata Parentalia. l romani credevano infatti che il 21 febbraio, giorno riservato alla celebrazione delle feralia (la vera e propria festa dei morti), le anime dei defunti potessero girare liberamente tra i vivi.

Insomma, è abbastanza chiaro che il “culto della morte” presente nelle radici stesse della festa di Halloween parlasse anche la lingua dei nostri avi, il latino.

Scommetto, però, di non avervi ancora convinto in merito alla “italianità” di questa festa e, probabilmente, non ho convinto neanche De Luca. 

In Calabria, e precisamente a Serra San Bruno, vi è l’antichissima tradizione del “Coccalu di muortu”: i bambini, dopo aver intagliato una zucca riproducendo un teschio (in dialetto “Coccalu di muortu“), vanno di casa in casa bussando alle porte al ritmo di: “Mi lu pagati lu coccalu?” da tradurre in “Me lo pagate il teschio?”.
Vi ricorda qualcosa questo gioco così folkloristico?

In effetti possiamo vantare anche un’usanza molto simile a “dolcetto o scherzetto”, precisamente in quel di San Nicandro Garganico, in provincia di Foggia: i ragazzi, la notte del 1° novembre, vanno di porta in porta recitando la filastrocca “Damm l’anma i mort, ca snnò t sfasc la porta”, letteralmente “dammi l’anima dei morti, altrimenti butto giù la porta”. 

Il Nord Italia non è certamente da meno: in Friuli e Veneto era diffusa fino a poco tempo fa la tradizione di intagliare zucche (anche qui!) con fattezze di teschio (in dialetto lumère, suche baruche o suche dei morti) corredata dalla credenza che, nella notte dei morti, questi ultimi uscissero dalle tombe per irretire i bambini. 

Non mancano in questo elenco le isole italiane. In Sardegna vi è la tradizione conosciuta come “Is Animeddas” o “Is Panixeddas” (ma cambia la sua denominazione da una parte all’altra della Sardegna) e prevede che, nella notte del 1° novembre, i bambini vadano bussando per le case, chiedendo doni per le anime del purgatorio (“Mi ddas fait is animeddas?”, in italiano “Mi fa le piccole anime?”).

Potrei continuare andando dall’Emilia Romagna all’Abruzzo, passando pure per la Sicilia, ma ammetto che una trattazione organica di tutte le varie tradizioni folkloristiche simili ad Halloween presenti nel nostro Paese richiederebbe pagine e pagine d’inchiostro.

Perciò, Presidente, Lei ha ragione a dire che non dobbiamo festeggiare (purtroppo il Coronavirus non ha timore di scheletri e zucche intagliate) ma non dica più che Halloween è un’americanata. 

È anzi un valido spunto per spolverare, in un futuro spero prossimo, le nostre più antiche tradizioni per mescolarle a quelle nuove e altrettanto divertenti.

E se dice un’altra volta Allauin, Le mando Jack Skeletron a casa.

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Ad un giuramento dall’essere avvocato, classe 1993, romana D.O.C.
Laureata in Giurisprudenza presso la LUISS Guido Carli con votazione 110/110, specializzata in Diritto del Lavoro e Responsabilità Professionale, parla fluentemente inglese a livello C1 grazie ad una parentesi di studio presso il Griffith College di Dublino.
Collaboratrice del Quotidiano del Sud dal 2019 e Vicedirettore di“Iuris Prudentes”.
Appassionata di pittura, lettura, psichiatria e shopping!

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