"Questa storia, in apparenza destabilizzante per un mondo occidentale che sbandiera ottomarzo annuali, mimose, asterischi e cotillon scintillanti di quote rosa, probabilmente, ha in sé dell’altro: questa storia fa sì che nevichi copiosamente sulle orme delle battaglie contro le logiche patriarcali, cancellandole."

Samira Zargari è la coach iraniana che non è stata presente ai mondiali di Cortina 2021 perché il marito le ha negato l’autorizzazione ad uscire al di fuori dai confini della sua Nazione.

Sì, a consentirglielo è una legge.

Una legge che sancisce che la donna è una proprietà indiscutibile dell’uomo. Samira è la donna di qualcuno, un americano di origini turche, per l’esattezza. Samira è la sua donna, legiferata come tale.

Ed intorno a lei è calato un (imbarazzante) silenzio simbolico. Nessuna protesta, nessun clamore. Solo qualche articolo di giornale e qualche sommesso tentativo di mediazione. Non come 6 anni fa, quando a Niloufar Ardalan, capitana della nazionale femminile di calcio a 5, fu negata dal marito la partenza per i Mondiali.

In quel caso, in tempi differenti e in sport differenti, le proteste servirono: il veto coniugale fu annullato da un giudice.

Ma per Samira nessuna protesta. Nessun simbolo. Nessuna parola. 

Questa storia, in apparenza, destabilizzante per un mondo occidentale che sbandiera ottomarzo annuali, mimose, asterischi e cotillon scintillanti di quote rosa, probabilmente, ha in sé dell’altro, molto altro: questa storia, probabilmente, fa sì che nevichi copiosamente sulle orme nella neve lasciate dalle battaglie contro logiche patriarcali, cancellandole inesorabilmente.

In questa storia ci sono tanti punti di vista che, però, sembrano indicare strade e riflessioni impervie.

In queste cime innevate e gelide, raggiungibili solo con fatica, infatti, vi è una squadra (di donne, iraniane) che ha affrontato il mondiale di Cortina 2021 senza la sua coach, mentre c’è chi proponeva (inascoltato) di sfoggiare nastri colorati durante le gare, per protesta. 

Eppure, la squadra senza coach, ha inforcato gli sci, si è preparata, si è concentrata, e nonostante le difficoltà (poche attrezzature, poca neve, poca possibilità, poco aiuto di sponsor nella loro terra), ha gareggiato con dignità.

Un team di donne che ha avuto freddo, ma che ha sudato a iosa, anche quando i termometri erano sotto lo zero.

Un team di donne che ha bruciato le vene con l’adrenalina, nonostante le basse aspettative sportive (ma le alte aspettative dei giornalisti per le loro dichiarazioni).

Un team di donne che si è concentrato e che si è stremato, come tutti gli altri team

Un team di donne che si è scontrato duramente con sé stesso e con gli altri, ma anche per sé stesso e per le altre, e lo ha fatto in silenzio e con dignità.

Se mi fermo un momento, e chiudo gli occhi, sento quasi il pensiero di Forugh Abbasi (27 anni, veterana delle olimpiadi, sciatrice iraniana, in gara a Cortina 2021, orfana di coach Samira).

Nella mia fantasia, le parole scivolano silenziose come la neve quando cade.

Me la immagino lì, pronta a partire, mentre dice tra sé e sé: “… Fa freddo. Devo farcela. La pista è complicatissima. Non so se sono in grado. Mi lancio. Sono a picco. Sono in pista. Il vento è gelido. Ho caldo. Arriverò alla fine. Darò il meglio. Sono “After the music”, ma volo!

After the music: li chiamano così gli atleti non proprio di prima linea che, ai Mondiali, si guadagnano la chance di sperimentare il motto di De Coubertin: «L’importante è partecipare».

Eppure chi lotta ogni singolo giorno, come Samira, o Forugh, per piccoli passi in avanti e per la conquista di microsecondi in meno, ogni dettaglio è solo un grande risultato: e come tale viene vissuto.

Ad un giornalista, che la bracca alla fine della gara, Forough dice, trafelata:

“Non volete sapere solo quanto sia stata dura la mia gara mondiale per la quale ho fatto molto allenamento, vero?”

E continua, sorridendo:

Certo che ci spiace che Samira non sia potuta partire, ma c’è questa regola in Iran e lo sappiamo, anche se vorremmo cambiarla. Speriamo di averne la forza. È già successo nel calcio femminile”[…]“Non dovete pensare che non siamo libere: guardate il mio profilo Instagram. Qualcuno mi chiede “Ehi ma nel tuo paese puoi guidare?”: certo che posso. Io viaggio anche da sola da quando ho 16 anni, con l’appoggio dei miei genitori”

Essere sciatrice, atleta, sportiva professionista, ma soprattutto donna, non deve essere cosa semplice in Iran. 

Vorrei che potessimo cambiarlo. Tutte le donne, in Iran, tutte insieme, vorrei che potessimo cambiare tutto questo. Ci stiamo provando. Sono sicura che le donne forti possono sicuramente cambiare queste regole e lei (Samira, ndr) sarà più forte di prima. Siamo orgogliosi di lei, davvero”.

Non sempre è così, nel suo Paese: non sempre gli uomini sono padroni, ma lo sono spesso.

Non deve essere facile, no… è lontano dalla normale logica occidentale della mimosa in regalo l’8 marzo.

Questa è una lotta fatta di millimetri in avanti e di secondi in meno, guadagnati con sudore e controllo spasmodico degli sci; una costruzione in granelli polverosi di consapevolezza, fatta di visioni che compongono un’altra normalità possibile.

È la speranza che ci sia vita oltre al “Sei la mia donna”, oltre al “Non firmo il lasciapassare per il tuo Mondiale, perché abbiamo litigato”. 

Atefeh Ahmadi, invece, è giovane. Ha 20 anni, e da molti è considerata il futuro dello sci, in Iran.

Atefeh, con candore incredulo ed un inglese zoppicante, non capisce perché i giornalisti si avvicinino a lei, dopo una discesa considerata mediocre… E risponde a stento, quando la circondano di microfoni: 

“È una pista durissima, è la prima volta che gareggio in un Mondiale; sì, sono di Tehran e mi alleno a Dizin, sui monti Elburz, dove c’è neve almeno due mesi l’anno. No, dai, sapete, Samira non ci manca, la ritroveremo. Qui abbiamo un altro coach, è normale, è successo così, grazie”.

Sento tanta roba tra i denti ed un certo riverbero di riflessione schizofrenica, che prende vicoli stretti e tornanti ciottolosi: mi ritrovo ad indossare gli scarponi da sci, in un deserto pienamente normale.

Sto scomoda in queste scarpe.

Mi fanno male i tanti sassolini appuntiti dentro queste calzature rigide e panciute: Samira, il concetto di donna/proprietà, la squadra, lo sport ingiusto, la difficoltà territoriale che non ti permette di far brillare un eventuale talento, la storia, il mondo, l’indifferenza.

Sento tra le dita dei piedi una narrazione che crea mondi, visioni, punti di vista e rabbie molteplici. E quindi?

E quindi sta a noi. Sta a noi leggere tra le infinite righe. Sta a noi definire il concetto di una normalità sostenibile.

Sta a noi osservare dettagli e traiettorie.

Sta a noi osservare quanto possa essere faticosa la vita, se vissuta con le scarpe (da sci) di un altro, che sia essa nel deserto o sui ciottoli o piuttosto sui monti innevati 2 mesi l’anno.

Sta a noi riflettere sul fatto che ci siano luoghi, in cui negare la possibilità di scegliere sia normale.

Sta a noi mettere il confine tra ciò che è normale e ciò che, in verità, normale non lo è affatto. 

Sta a noi prenderci cura di un fiocco di neve alla volta, e sta a noi far nevicare neve fresca oggi, ma sulle orme dei piedi deformi e sanguinolenti di ieri.

Sta a noi lottare: per fare sì che ciò che è normale oggi per il marito di Samira (e non solo ndr.), non lo sia mai più per nessuno, domani. 

Autore

  • Serena Bucca

    Artista, nata in Sicilia e adottata dalla Calabria... Ma il mondo è la sua città di provenienza. Laureata in DAMS, è mamma, moglie e co-fondatrice della società “Pagliassi”. L’arte di strada e infanzia è ciò che colora le sue giornate, mentre sogna un mondo intero a colori - quello stesso mondo fatto di storie che ama ascoltare - e, fintanto che ciò non accade, trasforma quotidianamente la sua passione in un lavoro ricco di sacrifici e gioie. Appassionata di lettura, scrittura e arte!

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