Al figlio che non ho conosciuto mai

"Vedi, figlio mio, mi sarebbe piaciuto portarti al mare, spiegarti il perché per me sia importante. Magari tu mi avresti fatto 3000 domande, perché sì, questo lo avresti preso da me. Ed io, tra un sorriso ed una carezza, ti avrei risposto."

Una panchina, il mare e un albero a far da cornice. Mi siedo, mi fermo: sento la pace.
Ma non quella che si dice tanto per dire, intendiamoci. Mi riferisco a quello stato di beatitudine che si prova nell’osservare qualcosa che ti piace.

Vedi, figlio mio, mi sarebbe piaciuto portarti al mare, spiegarti il perché per me sia importante. Magari tu mi avresti fatto 3000 domande, perché sì, questo lo avresti preso da me.
Ed io, tra un sorriso ed una carezza, ti avrei risposto.

Persino a quelle più sciocche come “ma perché le radici dell’albero non si bagnano e i miei piedi sì?”
“Perché non sono due cose paragonabili. Con i tuoi piedi ti avvicini alla riva, l’albero è fermo lì da anni. E poi i suoi piedi sono molto più in profondità dei tuoi. Ma proprio tanto. Immagina uno di quei tunnel che scavi tu d’estate: centomila volte più profondo”.
“Ah, ora ha senso”, mi avresti risposto tu. E ci saremmo incamminati verso casa, in bicicletta.

Eppure, figlio mio, non ti avrò mai: perché non sono capace di amare “dalla parte giusta”. Sai qual è la cosa che più mi dispiace? Che avrei tante di quelle risposte da darti e poi sì, io ti avrei amato, avrei voluto insegnarti a guardare attraverso il mio cuore.
E allora, sarà questo il mio testamento. Il mio unico e solo.

Vorrei lasciarti la dolcezza del mattino che si impiglia tra i rami secchi di un paese di 345 abitanti e l’odore del caffè che viene fuori dalle finestre socchiuse.
Vorrei che tu avessi il mio cuore, che consapevolmente ho imparato ad accettare, nonostante la sua irruenza.
Vorrei trasmetterti la bontà di emozionarsi per un’alba e/o per un tramonto: chissà la vita dove ti porterà.
Vorrei donarti la mia empatia, non perché io ti voglia far del male, ma perché così capiresti quanto io ti abbia amato senza averti nemmeno mai conosciuto.

È dura, figlio mio.
È dura quando alle 6 di mattina ti guardi allo specchio e ti fai ribrezzo per il nero dei tuoi occhi.
È ancora più dura quando qualcuno ti dice qualcosa e tu sai che sta mentendo.
Figlio mio, non so se è più dura mentire o capire che chi hai di fronte lo stia facendo.

Se avessi il mio cuore, stomaco o fegato, lo capiresti.
Capiresti cosa significa sentirsi con il collo spezzato, sull’asfalto nero, piegato in due e non poter pronunciare la parola “aiuto” perché sei nero proprio come quell’asfalto.
Capiresti cosa significa incazzarti perché chiudono per 9 mesi i ristoranti e tu non lo hai mica un ristorante, no che non lo hai, ma immagini la casa di chi lo ha, il timore di arrivare al giorno dopo, la disperazione nel cuore di un padre.
Capiresti cosa significa vedere qualcuno che non si è sudato niente, seduto accanto a te, che ti chiede se hai santi in paradiso per ricoprire quel posto.

E no, figlio mio. Non li ho mai avuti i santi in paradiso.
Manco ci andrò in paradiso, nonostante tutta la sofferenza che ingoio, tutto il malessere che mi vomitano addosso, giorno dopo giorno, come se fossi il loro contenitore dell’umido.

Mentre leggi ti chiederai perché voglio condannarti a morte. Perché la sera, quando poserai la testa sul cuscino, figlio mio, la sera tu riuscirai a fare un bel sospiro e dormirai.
Magari non sarai la persona più furba, più scaltra, più accattivante. Ma sarai onesto.
E saprai andare in bicicletta. E amerai il mare, proprio come me.

Ma una cosa voglio dirtela – l’ultima, giuro, poi andiamo a bagnarci i piedi anche se è febbraio.
Vorrei che tu fossi libero: libero di amare chi vuoi.
Nonostante tutto il male che ti fai da solo giorno dopo giorno per il tuo essere così: non sei sbagliato. Non lo sarai mai.
È solo un lungo viaggio e ti sentirai stanco, ma ricordati che nel tuo cuore conservi le vite di chi ti passa accanto.
Custodiscile.
Abbine la cura che meritano.

E quando hai paura, gridalo. E quando hai un dubbio, chiedi. E quando avrai voglia di ridere, fallo senza trattenerti.
Ti chiederai che senso abbia questa mia lettera, vero?
È il mio testamento, figlio mio. Ti lascio tutto quello che sono.
Spero di incontrarti, in un’altra vita.

Ora andiamo a casa che il sole tramonta e poi fa freddo.
Ci accendiamo il camino e guardiamo un film.

Tua, Gilda.



Autore

  • Gilda De Rose

    Musicista, classe 1990, cosentina. Laureata in Economia Aziendale e specializzata in sensibilità ed emozioni: i numeri e le parole sono da sempre le due facce della stessa medaglia per lei. Il suo acuto spirito di osservazione - allenato involontariamente - si riversa nelle sei corde della sua chitarra e in ciò che scrive, con una curiosità che la porta in luoghi sempre nuovi. Appassionata del viaggiare, pedalare e sognare… I tre tempi verbali che preferisce!

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