"Continuiamo a farci la guerra, le une contro le altre, pro e contro aborto, come se entrambe le scelte non avessero costi psicologici, morali ed economici gravosi. Nel frattempo, però, qualcun altro ci deprezza."

Immaginiamo.
Sei una donna incinta e vivi ad Iseo, Lombardia. Per motivi che tu stessa non sei tenuta a spiegare, decidi di interrompere la tua gravidanza a norma di legge. Se nell’iter, però, volessi cambiare idea, l’amministrazione comunale ti premierebbe con un bonus di 160 euro per 18 mesi, purché presenti un documento attestante lo stato di gravidanza e la richiesta di Ivg (Interruzione volontaria di gravidanza).

È davvero questa la nuova trovata del Comune di Iseo (BS): un dono che guarda alla tutela di tutte quelle donne costrette ad abortire per mancanza di strumenti economici sufficienti a supportare la crescita di un figlio. E con la stessa ordinanza, il Comune ha deciso di elargire fondi anche alle associazioni pro-life.

Ora, sarebbe bello dire che vissero tutte per sempre incinte e contente.
Però – c’è sempre un però – ci sono alcuni elementi che disturbano l’onestà intellettuale di chi scrive e che, sicuramente, staranno facendo storcere il naso anche a voi che state leggendo.

Un discorso morale?

Da diversi anni a questa parte, lo Stato italiano eroga alle neo-mamme un premio nascita ed un bonus bebè. Queste, riconoscibili de facto come misure di welfare, utilizzano un linguaggio molto diverso da quello del Comune di Iseo. Banalmente, oltre al nome in sé, per il premio nascita ed il bonus bebè non esiste nessuna clausola che costringa la donna incinta a presentare documenti attestanti richiesta di Ivg. In altre parole: quelle statali sono ideologicamente misure pro-nascita; quelle di Iseo sono ideologicamente misure anti-aborto.

Su un piano puramente dialettico, il punto non è che sei degna di ricevere quel denaro se dai alla luce un figlio; il punto è che non lo sei se te ne liberi. La manipolazione concettuale – e mentale – di quella che appare come una sottigliezza linguistica implica che: ti premio se non vai contro natura; ti premio se non devii dalle norme sociali; ti premio se metti da parte qualsivoglia motivazione che ti abbia portata a scegliere di abortire, purché tu non lo faccia.

Un discorso pratico?

Immaginiamo che quanto detto finora, tuttavia, non sussista. O meglio, rispettando il filone anti-abortista, ipotizziamo che l’endorsement istituzionale delle misure anti-aborto sia una cosa su cui poter sorvolare. Ammettiamo, a questo punto, che tu non voglia abortire ma che ti veda costretta a farlo alla luce di gravi difficoltà economiche che non tutelano una vita dignitosa né per te, né per chi porti in grembo.

Parliamo, quindi, di questi famosi 160 euro.
Secondo metlife – con dati aggiornati al 2019 – il costo medio di un neonato in Italia oscilla tra i 7.000 e i 15.000 euro l’anno. Anche immaginando che il tuo sarà il neonato più economico sulla faccia del pianeta, quei 160 euro ti basteranno più o meno per 8 giorni. Se, tuttavia, il tuo pargolo dovesse rientrare in quella categoria di neonati che sporcano come i neonati, mangiano come i neonati, si comportano da neonati, i 160 euro si volatilizzerebbero in molto meno tempo tra pappine, pannolini e babbucce.

Ne consegue una domanda più che ovvia: com’è possibile che la motivazione dietro l’erogazione di questo bonus sia il supporto economico di un’aspirante mamma, viste le cifre del bonus stesso? È a dir poco curioso che un’amministrazione comunale si faccia paladina dei principi anti-abortisti millantando, però, erogazione di fondi così irrisori.

Quello che, a questo punto, balza all’occhio è la cifra che è stata stanziata nell’ordinanza per le associazioni pro-life. A quanto ammonta? Questa è un’ottima domanda, sicché non è stata definita. Come mai si è deciso di destinare fondi a queste associazioni invece di destinarli tutti alle donne di cui sopra, se appunto dovrebbero essere loro al centro della manovra stessa data la crisi economica e tutto quanto detto finora?

Il dubbio, allora, è che la manovra non sia realmente destinata a queste donne, che con 160 euro risolverebbero ben poco, ma piuttosto ad associazioni largamente presenti su un territorio che, di base, conta una stragrande maggioranza di medici, anestesisti e infermieri obiettori di coscienza che da oltre quindici anni a questa parte “obbligano” (con la loro scelta) le donne che vogliono praticare Ivg a spostarsi da Iseo.

Dove sta la verità?

Il punto è che si continuano ad escogitare modi per violentare la volontà, la scelta, la coscienza di queste donne, sia che esse vogliano o che esse non vogliano abortire.

I cimiteri dell’aborto, luoghi arbitrariamente adibiti alla sepoltura dei feti abortiti, sono una violenza. Imprimere il nome e il cognome della donna a cui apparteneva quel feto su delle croci, arbitrariamente disposte sopra i cumuli di terra, è una violenza.
Ricucire arbitrariamente un cordone ombelicale è una violenza.

Trasformare una donna nell’articolo 7 della legge 194 – che autorizza l’aborto quando la sua vita è in pericolo – senza curarsi dell’esperienza in sé che sta andando ad affrontare è una violenza. Una donna, un articolo 7, che si trova nelle condizioni di intraprendere un’Ivg totalmente abbandonata a sé stessa, in attesa di espellere quello che dall’esterno viene trattato come un intruso, è una violenza.
Trattarla come se per lei fosse una liberazione, una decisione presa a cuor leggero, un’inezia è una violenza. E forse per gli altri sì, è una liberazione, è una decisione presa a cuor leggero, è un’inezia. Ma non per quella donna, non per quell’articolo 7.

Viviamo quindi in un’epoca in cui non c’è completa tutela per una donna che decide di abortire e, pertanto, vede la sua privacy violata e il suo bisogno di essere supportata psicologicamente e umanamente non garantito da nessun organo competente e spesso anche calpestato.

Ma viviamo anche in un’epoca in cui chi non desidera abortire e non ha i mezzi per evitarlo, si vede scavalcare da interessi economici più grandi, senza neanche rendersene conto. E dove sta, in questo come nel resto, il trattamento dignitoso?

Continuiamo a farci la guerra, le une contro le altre, pro e contro aborto, come se entrambe le scelte non avessero costi psicologici, morali ed economici gravosi.
Nel frattempo, però, qualcun altro ci deprezza.

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Alessandra Pulzella

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